Tristram Potter Coffin. (a cura di).

MITI E LEGGENDE 11: Storie di Natale.


Titolo originale: The Enchanted World 11: The Book of Christmas. 1986
Traduzione e adattamento di: Federica Angelini.
1998 Hobby & Work Italiana Editrice, Bresso (MI).
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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In questa ricca collana viene presentata una lunga serie di miti e delle leggende pi o meno note e diffuse per la gioia di grandi e piccini.
In questo volume: Una raccolta di novelle, leggende, favole legate al momento pi magico dell'anno. Mentre il freddo abbraccio dell'inverno avviluppa ogni cosa attendiamo trepidanti l'arrivo di Babbo natale al caldo tepore del camino.
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Il Curatore.
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Tristram Potter Coffin, Consulente capo della collana,  docente di inglese presso l'Universit della Pennsylvania ed esperto in letteratura popolare.
 autore di numerosi libri e di pi di 100 articoli.
Tra le sue opere pi note ricordiamo: The British Traditional Ballad in North America, The Old Ball Game, The Book of Christmas Folklore e The Female Hero.
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Indice.
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Capitolo Uno.
L'eterno Momento.
I Giorni dell'Inverno Magico.
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Capitolo Due.
Il Cuore delle Tenebre.
La Battaglia di Mezzanotte.
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Capitolo Tre.
La Rinascita del Sole.
Le Canzoni di natale.
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Capitolo Quattro.
Il Trionfo della Luce.
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Fine Indice.
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Capitolo Uno.
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L'ETERNO MOMENTO
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Tra la terra e il cielo brill, duemila anni fa, la prima stella del Natale. Un sentiero si arrampicava, in quel tempo distante, sulle colline della Giudea, tra campi e vigne circondate da muri di pietra nuda. Man mano che la strada saliva, i campi lasciavano spazio a pascoli assolati, dove solo qualche quercia dalle foglie verdi e qualche olivo d'argento concedevano un po di ombra.
Tra gli alberi sorgeva una costruzione, una torre di pietra che sorvegliava le pecore al pascolo con il capo abbassato, immobili sotto il fiero sguardo del sole. Un miglio oltre la torre, si affacciava un gruppuscolo di case dai muri spessi, i tetti piatti e l'intonaco bianchissimo. Oltre alle case, nell'orizzonte tremolante, incombeva minaccioso il viola delle montagne.
Una fila di viaggiatori saliva a fatica il sentiero. Alcuni camminavano appoggiandosi al bastone per tenere il passo, altri procedevano in groppa a grandi e possenti asini. Tra questi c'era una donna: la Vergine Maria, incinta.
Accanto a lei camminava Giuseppe, suo marito. Venivano dalla Galilea, avevano affrontato un viaggio di nove giorni per andare a iscriversi al censimento come imponeva un nuovo decreto del romano Cesare Augusto, che governava su tutta Israele attraverso i re locali. Capo di questi re era Erode, detto il Grande, un adulatore dei potenti e un despota con i sudditi pi deboli.
Maria e Giuseppe, figli di un popolo soggiogato, avevano obbedito al decreto intraprendendo il viaggio verso sud, per recarsi a Betlemme, la citt di Davide, discendente di lesse, perch Giuseppe era della famiglia di Davide e ogni uomo doveva andare a registrarsi nella propria citt d'origine.
Erano partiti anche per la profezia. Molto tempo prima infatti, i profeti del Dio di Israele avevano previsto che dalla stirpe di lesse sarebbe nato il Salvatore e il Re dei Giudei, il quale avrebbe liberato le trib di Israele dalle tirannie di generazioni di conquistatori, segnando l'inizio di una nuova epoca nel mondo. Isaia e Michea avevano previsto che il bambino sarebbe nato nella citt di Davide. E il momento era arrivato: Maria, che aveva parlato con gli angeli, portava nel corpo il Salvatore, e il tempo del parto era ormai vicino. Ecco perch la Vergine aveva seguito Giuseppe fino a Betlemme.
Sulle colline, mentre la luce della sera cominciava a scendere facendo ardere l'orizzonte a occidente, la coppia superava l'ultima salita prima di entrare nel paese, che, ignaro, attendeva il compiersi del proprio destino.
Sui tetti gli uomini sedevano a gambe incrociate, chiacchierando pigramente nella luce del tramonto. Le strade strette e affollate, all'ombra delle piante di violette, erano coperte dalle nuvole di fumo che uscivano dalle cucine. I bambini giocavano sulle soglie d'ingresso delle case, dietro di loro, nelle stanze buie, brillavano le lampade a olio, come piccoli riflessi di luce nel crepuscolo.
Nessuna porta si apr per per Maria e Giuseppe. Non c'erano stanze alla locanda sulla collina, raccontano i cronisti dell'epoca. L'uomo e la donna si dovettero cos sistemare, come spesso accadeva ai viaggiatori sfortunati, in una grotta sotto la locanda; era una delle tante dove il padrone teneva i suoi animali per proteggerli dalle piogge e dal vento invernali e dagli appetiti dei lupi e degli sciacalli. Il posto era asciutto e caldo grazie al fiato dei buoi che ci dormivano. Al centro, appoggiata su un ceppo di sicomoro, c'era una mangiatoia di terracotta in cui le bestie si nutrivano di orzo, fieno ed erbe.
Maria e Giuseppe entrarono nella grotta buia, lontani dalle lampade a olio e dalla folla del paese, mentre la notte scendeva sulla Giudea e l'oscurit avvolgeva le colline e la citt in una grande coperta ornata di stelle d'argento.
nei campi oltre le case, i pastori dormivano vicino alle greggi. Erano uomini induriti dalla vita, che si difendevano dal gelo della notte con mantelli di lana grezza e giravano armati di bastoni e fionde per proteggere le loro greggi dai predatori della notte. Le pecore erano sistemate vicino agli uomini, con le gambe posteriori legate alle grasse code perch non si allontanassero.
Il fuoco ardeva, come una stella terrestre, sul fianco della collina. Le note di un flauto si alzavano verso il cielo, dove volteggiava Orione con la sua preziosa spada e le Pleiadi danzavano con solennit.
Mentre la notte si faceva pi profonda, la musica dei flauti si affievoliva fino al silenzio e il chiacchiericcio dei pastori piano piano cessava. Anche Betlemme dormiva e tutto era immerso nel silenzio, quando, all'improvviso, il canto di un gallo risuon nei campi. I pastori si svegliarono e, stiracchiandosi, si guardarono intorno stupiti: era appena mezzanotte e mancavano ancora molte ore all'alba.
nel momento esatto in cui il gallo torn a tacere, il tempo si ferm. I pastori rimasero immobili nella posizione in cui il canto li aveva sorpresi, sollevati sui gomiti; le pecore che stavano abbeverandosi a un ruscello non poterono alzare il capo e restarono con il muso immerso nell'acqua; il ruscello stesso si congel in un'immobile increspatura di cristallo; un gufo rimase sospeso a un metro da terra, con le ali aperte; la brezza notturna si plac e una foglia che stava cadendo da un ramo rimase sospesa a mezz'aria. Per un tempo che nessuno pot misurare, l'immobilit si diffuse sul mondo che attendeva inconsapevole il grande evento.
Poi, sopra Betlemme, l'incantesimo fu interrotto da subbugli nel cielo. Perfino le stelle sembrarono tremare e avvicinarsi alla terra assumendo una forma dai contorni sempre pi nitidi, mentre nell'aria si diffondevano melodie meravigliose, come se l'intero firmamento cantasse e avvolgesse la terra in un'incantevole sinfonia celeste.
D'un tratto, sopra le teste dei pastori che tremavano per la paura, l'oscurit si riemp di ali di luce e occhi splendenti mentre una voce risuon su tutte le altre,
una voce cos chiara e intensa da non poter avere origini umane.
Non temete cant l'angelo perch io vi porto la lieta novella di una grande gioia, che tale sar per tutte le genti. Tra di voi  nato oggi, nella citt di Davide, il Salvatore, che  Cristo il Signore. E questo sar il segno per voi: troverete un bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia.
L'umile canto del gallo e il canto celestiale erano destinati a segnare uno spartiacque nei secoli: annunciavano infatti l'avvento della luce che avrebbe sconfitto l'oscurit in cui il mondo aveva fino ad allora vissuto.
Malgrado l'importanza capitale di questo avvenimento, poco sappiamo per di cosa accadde esattamente. Maria partor Ges a Betlemme, forse in una grotta, o in una stalla, o in una stanza che i contadini ebrei usavano per gli animali.
Alcuni segni miracolosi informarono i pastori nelle vicinanze e poco dopo una grande stella splendette nel cielo, come segno e guida per alcuni sapienti che vivevano in paesi molto lontani e che intrapresero un lungo viaggio in cerca di un Re appena nato.
Questo  tutto quello che ci dicono i documenti. Il resto sono infiorettature, stratificate nei secoli secondo le aggiunte dei monaci, gli scribi, i preti, gli ingannatori, i narratori e i comuni fedeli che volevano adornare la fonte della fede che rappresentava il loro tesoro pi prezioso, nessun documento dell'epoca ritrae Giuseppe, i pastori, la locanda e i proprietari della locanda. Non si hanno certezze su quale fosse l'anno esatto, e il periodo dell'anno in cui nacque il Salvatore fu materia per speculazioni e discussioni. Ci sarebbero voluti trecento anni prima che i padri della nuova religione concordassero su una data e il giorno di Natale venisse infine fissato il 25 dicembre.
Le ragioni di questa scelta non sono difficili da comprendere. Tutte le religioni pagane prevedevano dei festeggiamenti in quel periodo dell'anno, che veniva considerato il pi sacro e il pi magico. E del fatto che la nativit fosse un fatto magico e sacro, nessuno dubit mai. Basta un rapido sguardo alle storie raccontate su Maria per capire come l'evento fosse destinato a diventare il simbolo per eccellenza di riti e tradizioni per migliaia di anni a venire.
La figura di Maria  sempre stata inseparabile dai fiori. Si racconta che fin dalla sua giovinezza tutti si fossero accorti che il cielo le aveva sorriso poich aveva sempre brillato per purezza, grazia e bont d'animo.
Per questo motivo ai sacerdoti del tempio di Nazareth fu dato il compito di trovarle un marito. Essi riunirono allora gli uomini non ancora sposati nel tempio e chiesero loro di appoggiare un ramo completamente spoglio sull'altare. Uno dei rami fior improvvisamente: era il ramo di Giuseppe, figlio della casa di Davide, e quell'evento decise la scelta del marito per Maria.
Gli evangelisti riportano che Giuseppe fu dapprima molto sconcertato dalla scoperta che la sua promessa sposa era incinta, ma poi gli apparve in sogno un angelo a spiegargli che Maria portava in grembo il figlio del Signore. Le leggende popolari, tuttavia, raccontano una versione diversa. Un giorno Giuseppe e Maria stavano passeggiando in un giardino. Maria, in preda alle voglie comuni a tutte le donne gravide, chiese al marito di raccoglierle delle ciliegie. Arrabbiato e pieno di sospetto, Giuseppe si rifiut: Falle raccogliere al padre del bambino le rispose.
Dal cielo scese allora un canto sublime e un albero di ciliegie abbass i rami in modo che i suoi frutti cadessero nelle mani di Maria. Lei era la rosa del mondo, e suo figlio sarebbe stato il fulgido splendore di purezza e rettitudine.
E cos madre e figlio portarono la luce l dove regnavano le tenebre e la speranza della vita l dove c'era timore della morte, e furono venerati e adorati per molti secoli a venire.
Il modo in cui vennero celebrati e onorati, tuttavia, non nacque con loro. Fin dalla pi remota antichit, infatti, ogni popolo aveva sviluppato rituali che scacciavano la disperazione e la paura per infondere nei cuori la speranza di una vita oltre la morte. Erano i rituali stagionali che segnavano il periodo del solstizio invernale.
La parola solstizio significa il momento in cui il sole rimane fermo. Il solstizio d'inverno  il punto nella rivoluzione che la terra compie attorno al sole nell'arco di un anno in cui, a causa della particolare inclinazione dell'asse terrestre, l'emisfero settentrionale si trova il pi lontano possibile dal sole. Il cammino che il sole compie nel cielo mentre percorre la distanza tra un orizzonte e l'altro  molto basso e i deboli raggi che raggiungono la terra in quel periodo la colpiscono solo obliquamente, senza scaldarla. Il giorno del solstizio invernale  il pi corto dell'anno e la sua notte  la pi lunga e crudele.
La maggior parte dei popoli considerava il sole come un dio dispensatore di luce, calore e vita. A fine dicembre, il dio si concedeva solo per poche ore, come il sorriso forzato di un antico guerriero sul letto di morte. Tuttavia, nei giorni seguenti il dio tornava a lottare contro l'oscurit usurpatrice, riuscendo piano piano a sconfiggerla, fino ad arrivare al trionfo nei mesi estivi, quando tornava a risplendere alto nel cielo. In passato la gente non dava per scontata la vittoria del sole. Gli uomini e le donne pensavano che le loro azioni fossero strettamente legate al resto dell'universo.
Credevano che il sole e la luce fossero seriamente messi in pericolo durante il solstizio d'inverno.
Vedevano la terra tremare sotto i passi di una natura sofferente e pensavano che la morte potesse essere sconfitta solo con le loro preghiere e le loro cerimonie. Lontano da Betlemme, lontano dalle rigide leggi dell'impero romano, nel buio della notte, nelle terre gelide del nord - le terre dei Celti, dei Geati, dei Lapponi, dei Finnici, dei Danesi e degli Unni - venivano celebrati i rituali per assicurare la rinascita del sole in enormi sale di legno, attorno ai fuochi che risplendevano tra le immense distese di neve. La gente mascherata con teste di cavallo, corna di cervo, pelli di daino e di capra, danzava alla luce del fuoco.
 Questi popoli adornavano se stessi e le loro case con agrifoglio, edera, vischio e altri sempreverdi, ogni inverno organizzavano feste grandiose e facevano sacrifici per i morti, per gli dei delle tenebre e per il dio del sole. Per assicurarsi la fertilit della terra arrivavano a uccidere gli animali, e qualche volta anche gli uomini e le donne.
Non si temeva l'oscurit solo per la mancanza della luce che donava la vita, ma anche e soprattutto per le terribili creature malvagie che avevano, in quel periodo dell'anno, la possibilit di imporre il loro dominio. I fantasmi abitavano l'oscurit; i lupi mannari si aggiravano minacciosi a caccia di vittime; streghe, demoni, folletti e piccoli diavoli si nascondevano nel buio combinandone di tutti i colori; branchi di cani con poteri soprannaturali scorrazzavano nelle brughiere; spiriti malvagi si aggiravano attorno alle case cercando un modo per entrare. Ecco perch uomini e donne recitavano formule magiche, appendevano amuleti alle porte e agli abiti ed evitavano l'oscurit totale tenendo sempre acceso un fuoco.
Il fuoco era al centro di tutte le feste invernali. Era il fratello del sole, che lo chiamava a tornare in cielo. Grandi fal splendevano sulle colline d'Irlanda e Scozia, sulle montagne di Francia e Germania e nelle sale dei re scandinavi.
In tutti i paesi bagnati dal Mediterraneo e governati da Roma, il fuoco bruciava sotto forma di candele durante le feste dei Romani. In origine queste feste erano dette Brumalia, pi tardi diventarono invece note come Saturnalia.
Le date e i tipi di cerimonie invernali variavano da luogo a luogo. Tra alcune popolazioni il periodo di maggiori festeggiamenti cadeva all'inizio di novembre, come per esempio avveniva tra i Celti, il cui inverno iniziava a Samain, cio il primo novembre. Gli scandinavi in origine celebravano lo Jl - il loro rito invernale - in novembre, quando l'oscurit cominciava ad avvolgere le loro terre.
I Saturnalia romani occupavano invece la settimana che si concludeva il 24 dicembre. I seguaci del dio persiano Mitra festeggiavano la nascita della divinit il 25 dicembre.
Tutti questi riti furono alla fine raccolti e trasformati in celebrazioni cristiane, ma non persero mai completamente le loro origini pagane, e nel nuovo culto rimasero comunque molte tracce delle antiche cerimonie.
Lo si vedeva nella devozione alla fiamma delle candele e allo splendore dei ceppi dello Jl, nelle rappresentazioni e nei giochi che ancora avevano un'eco degli antichi e ormai dimenticati sacrifici, nei banchetti, nei cibi che venivano consumati, nelle ghirlande di biancospino ed edera e degli altri sempreverdi, nella decorazione degli alberi di Natale, nello scambio dei regali, nelle parole stesse delle canzoni che continuavano a essere cantate. Il bambino che era il Figlio di Dio e che si diceva brillasse per purezza e rettitudine prometteva di liberarci dalle tenebre e ci assicurava la vita eterna.
Fu quindi una scelta naturale collocare il giorno della sua nascita nel mezzo dell'inverno, in modo da creare un legame tra il vecchio e il nuovo e permettere cos all'umanit di perpetuare la propria devozione verso le stagioni. E cos, questo momento dell'anno divent il periodo della gioia e della venerazione, della celebrazione e della buona volont, ma rimase anche, per molto tempo, permeato di elementi di mistero e paura. Non erano altro che le tracce ancora visibili degli antichi timori che fiorivano la notte del solstizio d'inverno, quando la morte e l'oscurit terrorizzavano il mondo.


I Giorni dell'Inverno Magico.

Anni fa, quando la vita dipendeva dai cicli regolari di semina e raccolto e il ritorno del sole significava l'inizio di un nuovo ciclo, non solo il Natale, ma tutti i giorni dell'inverno avevano qualcosa di magico e venivano perci trascorsi nella celebrazione di riti dedicati ai campi, per assicurare la salute dei greggi e l'abbondanza dei raccolti, al focolare, per proteggere le case, e al fuoco, per scacciare l'oscurit.
In Francia, in Germania e in alcune zone della Gran Bretagna, per esempio, l'inverno iniziava con Martinmas - il giorno di san Martino, l'11 novembre - quando coloro che avevano il dono della visione potevano vedere il santo stesso che cavalcava attraverso le praterie e i campi sul suo cavallo bianco, mentre dal suo mantello cadeva la prima neve della stagione.
Martino fu uno dei primi santi cristiani. In vita era stato talmente generoso da tagliare il suo mantello a met per scaldare un mendicante infreddolito e da donare la coppa datagli da un imperatore al pi umile dei suoi sacerdoti. Era il patrono del vino e delle vigne.
Alla vigilia di questo giorno venivano accesi dei fal e gli animali che non potevano essere nutriti durante l'inverno venivano macellati e le loro carni messe sotto sale. Forse in ricordo dei pi antichi sacrifici invernali, il sangue di questi animali veniva talvolta versato sulle soglie di casa dei loro proprietari. Il giorno di san Martino si celebrava con grandi banchetti in cui si beveva il vino della vendemmia appena conclusa.
In onore del patrono, i bambini tedeschi mettevano delle ciotole piene d'acqua sulla soglia delle porte pregando che il contenuto si trasformasse in vino. La mattina di Martinmas trovavano davvero le ciotole colme di vino e anche uno speciale biscotto a forma di ferro di cavallo, prova che il santo era passato di l in groppa al suo destriero.
Il 30 novembre, il giorno di sant'Andrea, era giorno di vacanza in Scozia, in Europa centrale e in Grecia. Gli scozzesi andavano a caccia di scoiattoli, che poi venivano mangiati durante i banchetti. Pi a sud, la vigilia era giorno di profezie, e alle vergini apparivano in sogno gli uomini che sarebbero diventati i loro sposi. In Romania, durante la vigilia, i morti tornavano sulla terra e i vampiri vagavano liberi per la campagna e nei villaggi. Si appendeva allora dell'aglio agli stipiti delle porte per tenere lontani gli spettri e nessuna persona saggia si azzardava a percorrere le strade principali, certa di incontrare, agli incroci, le sinistre creature che combattevano tra di loro fino all'alba.
Quando le antiche divinit governavano il mondo, Odino, il padre di tutti gli dei, d'inverno cavalcava i cieli sopra la Germania e la Scandinavia con il suo seguito di elfi e di spiriti e, tutti i mortali che lo riverivano e lo onoravano venivano ricompensati con dei doni. Anni pi tardi, il cavallo di Odino, gli elfi e gli spiriti divennero il seguito di un santo cristiano di nome Nicola.
Nicola proveniva dall'Asia Minore e veniva ricordato per i suoi poteri e i suoi numerosi miracoli. Era il protettore dei marinai perch si diceva che potesse calmare le tempeste in mare, ed era anche il protettore dei ragazzi, poich aveva compiuto il miracolo di riportare in vita tre giovani che erano stati brutalmente assassinati. La leggenda forse pi nota su di lui racconta di come salv tre giovani vergini che stavano per essere vendute schiave dal padre caduto in povert. Nicola gett in casa loro, attraverso le finestre, tre borse colme d'oro che le fanciulle trovarono sulle scarpe messe a scaldare davanti al fuoco. Per questo divenne anche protettore delle vergini e le donne francesi
lo pregavano di aiutarle a trovare marito.
Era inoltre il patrono dei banchi di pegno
e le sue borse piene d'oro sono ricordate
da tre palle d'oro, simbolo del commercio.
Soprattutto, questo santo  ricordato per i doni che elargiva. La vigilia del giorno di festa, in Germania e in Olanda, i bambini mettevano fuori dalla porta scarpe piene di fieno e carote per il suo cavallo bianco, seguendo l'esempio dei loro avi che preparavano il foraggio per il cavallo di Odino. Sapevano che Nicola avrebbe
cavalcato sopra i tetti delle case durante la notte
con il suo compagno elfo, Knecht Ruprecht.
Ruprecht aveva una verga da usare con i
bambini cattivi, ma Nicola portava con s ceste
piene di giocattoli e dolci che lasciava nelle
scarpe di tutti i bambini buoni.

Nei paesi del Nord, dove l'oscurit dell'inverno durava pi a lungo, il desiderio di luce della gente trovava il momento di maggiore celebrazione nel giorno di santa Lucia di Sicilia, il cui nome stesso significava appunto luce. Quel giorno era il 13 dicembre, che, nei primi calendari, era indicato come il solstizio d'inverno. Quando i calendari furono riformati, il solstizio fu spostato al 21 dicembre, ma la festa di Lucia continu a segnare l'inizio del Natale sia in Svezia che in Norvegia.
Si diceva che la vigilia di quel giorno si potesse vedere Lucia stessa sorvolare i campi ricoperti di neve e i laghi ghiacciati con una corona di luce sopra i capelli. Nelle citt venivano organizzate processioni con le torce per richiamare la luce che era scomparsa.
Per onorare il giorno di santa Lucia, in tutte le case, le figlie pi giovani si alzavano prima dell'alba e, vestite di bianco con in testa una corona di biancospino intrecciato su cui brillavano delle candele accese, portavano, cantando, cibo e fuoco agli adulti della famiglia ancora addormentati.

Dalla notte dei tempi, la danza era considerata un mezzo per acquisire poteri magici. In tutta Europa, il giorno del solstizio si ballava per difendersi dall'oscurit. Il ricordo di queste antiche cerimonie sopravvisse nelle danze delle spade, che avvenivano in tutti i villaggi nel giorno pi corto dell'anno, il 21 dicembre. Gli uomini, dopo aver indossato elaborati costumi colorati, si sistemavano secondo il corso del sole - da oriente a occidente -sollevando le spade per dare vita a forme e disegni diversi.
Il pi importante, quello che segnava il momento centrale della danza, rappresentava una stella a sei punte, il simbolo terrestre del tanto desiderato sole.


La Vigilia di Natale.
La vigilia di Natale non era solo un momento di festeggiamenti. In Scandinavia la gente credeva che i fantasmi dei morti tornassero nella notte a visitare le case dei propri cari. I loro discendenti li accoglievano con gioia. Una volta concluso il loro pasto, lasciavano i resti per i morti e si ritiravano nelle camere da letto per permettere agli avi di entrare nel caldo e nella luce della casa e festeggiare ancora una volta il Natale.


Il Giorno di gettale.
Secondo le antiche leggende, quando giungeva la mezzanotte del giorno di Natale, tornava la calma e la tranquillit in tutto il mondo. Malgrado l'oscurit, tutti gli uccelli si svegliavano e innalzavano inni al cielo, e la magia di quel momento era tale che i passeri cantavano come usignoli. La mattina si poteva passeggiare in mezzo ai boschi e alle campagne e vedere tutti gli animali giacere gli uni accanto agli altri, prede e predatori uniti per dar vita a un regno di pace.


L'Ultimo Giorno dell'Anno.
Perch l'anno a venire fosse prospero, il vecchio anno - e con lui gli spiriti liberati dalla stagione del solstizio - doveva essere dato alle fiamme
o comunque allontanato per sempre. In tutti i villaggi, dalla Bretagna all'Austria, l'anno vecchio - sotto forma di un fantoccio di paglia chiamato Morte - veniva portato attraverso le strade e poi annegato in un fiume oppure bruciato o sepolto sottoterra. Presso altri popoli esistevano invece usanze meno tetre. L'ultimo giorno dell'anno, indossando maschere e costumi per non farsi riconoscere dagli spiriti malvagi, la gente camminava per le strade della propria citt, sbattendo bastoni di legno contro le case, suonando tamburi e campane e facendo schioccare le fruste. Il rumore della citt che sferraglia, come veniva chiamato, scacciava i fantasmi dell'anno che moriva e assicurava l'arrivo di un buon anno nuovo.


La Dodicesima Notte.
Un tempo la vigilia del dodicesimo giorno di Natale rappresentava il momento in cui ci si doveva assicurare la salute e la buona crescita di tutte quelle cose che erano state mandate a riposo dall'arrivo dell'inverno. Nell'ovest dell'Inghilterra, in quella notte, i contadini si riunivano nei loro frutteti per portare buona salute e fortuna ai loro alberi di mele. Si pensava che questo albero, a lungo venerato per i suoi frutti, ospitasse un suo proprio elfo. Con canti e urla gli uomini chiamavano l'albero per risvegliarlo dal suo sonno. Uno dei presenti indossava la maschera di un toro, simbolo di fertilit, e tutti facevano offerte allo spirito dell'albero perch producesse pi frutti. Sui rami venivano lasciati pane e sale e qualche volta anche un dolce imbevuto di sidro con cui gli uomini e le donne facevano i loro brindisi. I rami stessi venivano talvolta intinti nella bevanda o cosparsi del liquido.


Il Giorno di Brigida.
Nell'antichit, i Britannici veneravano una dea della giovinezza e della fertilit di nome Bride, che i cristiani ribattezzarono santa Brigida, dedicandole le celebrazioni del primo febbraio.
Queste feste erano molto pi antiche del cristianesimo. Le leggende popolari raccontano che Bride veniva tenuta prigioniera durante i mesi di buio nelle montagne della dea dell'inverno che usava un martello d'argento per ricoprire la terra di ghiaccio. All'inizio di febbraio, la giovane dea veniva liberata.
La vigilia del giorno di festa in Irlanda e Scozia la gente accendeva le candele per invocare il ritorno della luce primaverile che seguiva le orme di Bride. Sistemava poi un letto sulla soglia di casa e urlava un benvenuto nell'oscurit.
Il mattino dopo, venivano esaminate le ceneri nel focolare. Le tracce di una presenza estranea erano considerati buoni segni premonitori: significavano infatti che Bride era di nuovo libera e l'inverno era stato scacciato.


 ? Capitolo Due
Il Cuore delle Tenebre 

Tanti secoli fa, in una fredda notte di Natale, nelle terre del sud dell'Inghilterra si verific un fatto curioso. Una neve densa ricopriva con uno spesso strato gli alberi e i tetti di un villaggio addormentato. Tutto era bianco e silenzioso e rifletteva lo splendore delle stelle. La calma apparente dell'inverno nascondeva per i suoi segreti. Anche dopo che le campane avevano suonato la mezzanotte, diversi abitanti del villaggio non si erano ancora coricati nei propri letti.
Sulle porte delle case cominciarono ad apparire delle luci che si mossero attraverso le strade del villaggio per andare a riunirsi attorno al pozzo. Le luci erano cressets, delle piccole lanterne a olio protette dai venti invernali da una gabbia in ferro e corno; gli uomini che le portavano erano i giovani del villaggio con la loro tradizionale tenuta di Natale: avevano i visi neri di fuliggine, i corpi avvolti in pesanti abiti contro il freddo e portavano con s anche dei bastoni. Tra scherzi e risa lasciarono il pozzo e si fecero strada nella neve. Ai primi raggi di sole, i ragazzi erano ormai lontani dalle loro case. Si potevano scorgere le loro sagome scure muoversi nel bosco, mentre sbattevano i bastoni contro i rami di biancospino e di prugnolo.
Stavano cercando un uccello molto piccolo: loro erano i Ragazzi dello Scricciolo di Natale e stavano cercando uno scricciolo da riportare al villaggio.
Chi tra loro fosse riuscito a stanarlo e a colpirlo con il proprio bastone sarebbe stato il re del gruppo per un giorno
Finalmente uno dei ragazzi cattur la preda, diventando cos il signore della cerimonia. Sistem la piccola creatura in un minuscolo feretro legato a un bastone e guid il ritorno dei suoi compagni al villaggio che cominciava allora a risvegliarsi.
I Ragazzi dello Scricciolo si avvicinarono al villaggio gridando e ridendo per annunciare il proprio trionfo. Arrivati alla prima casa, si fermarono cantando una filastrocca priva di significato:

We hunted the wren for Robin the Bobbin We hunted the wren for Jack the Can We hunted the wren for Robin the Bobbin We hunted the wren for every man.

(Abbiamo cacciato lo scricciolo per Pettirosso bello il fusello Abbiamo cacciato lo scricciolo
per Marione il bidone Abbiamo cacciato lo scricciolo per Pettirosso bello il fusello Abbiamo cacciato lo scricciolo per tutte le persone)

Alla fine dell'ultima strofa la porta si spalanc. Sull'uscio si present la padrona di casa che teneva in mano un regalo per i Ragazzi dello Scricciolo: un boccale di birra fumante. I ragazzi si passarono la birra mentre il re del gruppo strapp una piuma rossa all'uccello e la porse alla donna in segno di dono.
Lasciata la donna, i Ragazzi dello Scricciolo procedettero casa per casa, canticchiando la loro filastrocca, ricevendo doni e lasciando come ricompensa una piuma dell'uccello. Una volta visitate tutte le case del villaggio, i ragazzi trasformarono la loro melodia in un lamento funebre. Portarono lo scricciolo fino al cimitero, dove scavarono una piccola fossa in cui lo deposero per seppellirlo.
Un tempo, nelle sue diverse varianti, questa scena si ripeteva in tutti i villaggi e le citt d'Europa; in alcuni casi accadeva la mattina di Natale, in altri il giorno di Santo Stefano, il 26 dicembre, oppure il primo dell'anno, o il giorno dell'Epifania. Alcuni Ragazzi dello Scricciolo portavano l'uccellino in una apposita casetta con le pareti di vetro decorata di ghirlande. Gli irlandesi invece legavano l'animale a un cespuglio di agrifoglio sradicato che veniva ornato con nastri colorati. Malgrado le piccole differenze, le motivazioni erano comunque le stesse: l'uccisione dello scricciolo e la distribuzione delle sue piume avrebbe portato salute e fortuna agli abitanti del villaggio.
Perch l'uccisione di un uccellino doveva portare fortuna? E perch proprio uno scricciolo, il grazioso abitante dei cespugli dal canto cos bello e allegro? Fin dai tempi pi antichi lo scricciolo era sempre stato considerato un animale sacro e la sua divinit era celebrata anche nei nomi con cui veniva chiamato: in latino era il ngulus, che significa piccolo re, in tedesco Zaunkpnig, re della siepe, o Scfinukpnig, re della neve, i francesi lo chiamavano poukt de Teou, che significa pollo di Dio. In tutti i giorni dell'anno tranne uno, fare del male a uno scricciolo era considerato un sacrilegio che avrebbe di certo portato la rovina di chi lo commetteva.
Non si  mai scoperto con precisione il motivo per cui lo scricciolo fosse divenuto oggetto di venerazione. Si tratta di un animale che predilige i luoghi scuri - i sottoboschi, le crepe - e perci forse gli antichi credevano che partecipasse dei poteri misteriosi e profondi della terra. Secondo alcune leggende lo scricciolo fu il primo essere vivente a portare il fuoco dal cielo alla terra e rimase per questo bruciato dal sole, come si poteva vedere dal colore rossastro delle sue piume. Secondo altri racconti, c'era stata una disputa su chi dovesse essere il sovrano degli uccelli e si era deciso che la corona sarebbe stata data a chi fosse riuscito a volare il pi vicino possibile al sole. L'aquila aveva superato tutti, ma uno scricciolo, nascosto sotto le piume del rapace, si era staccato all'improvviso durante il volo ed era riuscito a volare ancora pi in alto sconfiggendo l'aquila e conquistando la corona.
Qualsiasi fosse la ragione di questa venerazione, l'uccello era comunque
avvolto nel mistero e dotato di poteri
magici.
La sua vita era considerata preziosa e l'animale rappresentava, secondo una logica profondamente radicata nella
mente umana, un candidato ideale per un sacrificio. La caccia allo scricciolo era in effetti un vero e proprio sacrificio, un'eco dei riti invernali praticati fin dalle origini delle religioni umane. La morte dell'uccello sacro era un'offerta ai poteri dell'universo e una supplica per ottenere favori e fortuna. Le sue piume rappresentavano un legame tra la sfera umana e quella divina.
In origine, in alcune zone, erano i re che rappresentavano il legame con il divino. I sovrani erano considerati sacri perch da loro si credeva dipendesse la fertilit dei campi. In alcuni paesi i re venivano addirittura sacrificati per il loro popolo, e la loro carne seminata nei campi per assicurarne la fertilit. La maggior parte delle culture era comunque meno tragica nel cercare il favore degli dei. Al posto degli esseri umani, venivano sacrificati animali che si pensava possedessero poteri magici: il toro, il cavallo, il cinghiale. La gente mangiava la carne di queste bestie per entrare in comunione con il divino, si mascherava poi con i teschi e le pelli per condividere la forza e la fecondit degli animali sacri.
Una volta abbandonate le antiche religioni, la memoria dei sacrifici invernali sopravvisse nei costumi cristiani. Alcuni riti, come la caccia allo scricciolo, mostravano chiaramente le loro origini ancestrali. In alcune zone dell'Irlanda, per esempio, era uso macellare un uccello - un pollo o un'oca - per il banchetto di Natale, e spruzzare alcune gocce del suo sangue sulla soglia di casa in segno di buon augurio. Gli scozzesi invece, che andavano a caccia il primo giorno dell'anno, credevano che il sangue del primo animale ucciso portasse fortuna al cacciatore. Sotto l'impero romano, i soldati in Britannia che adoravano Mitra, dio della luce, gli sacrificavano dei tori. Secoli dopo, le uniche tracce di questi sacrifici si potevano trovare nelle divertenti maschere natalizie indossate dalla gente per le strade dell'Inghilterra. La citt di Coventry aveva il proprio toro-danzante, chiamato Vecchia Faccia di Bronzo. Come altri animali natalizi, il toro era segno di buona fortuna.
Nella Norvegia vichinga le feste di met inverno venivano celebrate secondo cerimoniali estremamente rigidi. I guerrieri scendevano dalle loro roccaforti con slitte tirate da cavalli, gi per le colline ricoperte di neve, portando barili di birra e di grano. Si riunivano poi nella casa del capo, attorno al grande focolare. L, davanti all'immagine del padre di tutti gli dei, Odino, i loro cavalli morivano sotto il loro coltello. Il sangue degli animali, raccolto in ciotole, veniva spruzzato sul piedistallo su cui era issata la statua del dio, sul pavimento della casa e sulla testa dei presenti. Una coppa di sangue veniva passata di mano in mano e, solo quando tutti avevano bevuto, iniziava il vero e proprio banchetto.
Il ricordo di questo sacrificio sopravvisse a lungo anche dopo la scomparsa dei Vichinghi. Per secoli in Gran Bretagna - un paese a lungo sottomesso al popolo scandinavo - rimase l'abitudine di far sanguinare i cavalli (senza per ucciderli) il giorno di Santo Stefano. Il legame con le pratiche propiziatorie vichinghe era ancora pi evidente nel rito del Natale britannico detto hodening. In realt, in epoca cristiana, si trattava di qualcosa di molto simile a un gioco un po scalmanato che poteva al massimo spaventare gli spettatori pi sensibili. Protagonista assoluto era appunto l'hoden, un uomo nascosto sotto un mantello su cui era issata una testa di cavallo. La testa poteva essere di legno, spesso pitturata a tinte vivaci, o poteva essere un vero e proprio teschio. In ogni caso, veniva fatto in modo, attraverso la combinazione di alcuni fili e di una leva all'interno, che la mascella si aprisse e chiudesse, e spesso venivano messe delle candele all'interno per far brillare gli occhi. Ne risultava una figura carnevalesca piuttosto inquietante che veniva portata in giro per le strade della citt. Talvolta era guidato da qualcuno che reggeva le briglie, altre invece da suonatori di flauto o di tamburo.
I bambini cercavano di montare il cavallo, mentre le donne fuggivano terrorizzate, e tutti gettavano dolci o monete nella bocca dell'animale chiedendo di avere buona fortuna.
L'hoden, che per le strade batteva i piedi, caricava e disarcionava i bambini, non era altro che una trasformazione dell'antico rito del cavallo in una forma meno trucida e compatibile con la nuova fede.
La ragione per cui le eco degli antichi riti e gli atti sacrificali sono sopravvissute cos a lungo nelle celebrazioni di met inverno  da cercare nella terribile minaccia che l'inverno rappresentava per queste popolazioni nordiche. In Gran Bretagna e nei paesi pi a nord, sembrava che ogni anno, con la scomparsa della luce, il mondo fosse destinato a morire. Anche gli astrologi dicevano che i corpi celesti che governavano la vita dei mortali erano disposti secondo un disegno crudele. Lo Scorpione dominava infatti minaccioso la cintura di costellazioni che formava lo Zodiaco. Si trattava di una creatura demoniaca, chiamata anche il mostro sempre in agguato, che era considerata fonte di morte e di tenebre ed era per questo acerrima nemica del sole. Da sempre era inseguita dal Sagittario, l'arciere con la freccia puntata verso il suo cuore stellato, che per non era mai riuscito a uccidere l'antico e spaventoso mostro. E dietro il Sagittario, imprevedibile e mutevole, veniva il Capricorno, foriero di caos e confusione.
Nelle zone selvagge della terra sembrava che le antiche divinit - quelle che in
seguito vennero ricordate solo nelle
superstizioni e nei riti - fossero in subbuglio e sollevassero la testa per osservare
con rabbia i deboli intrusi sui loro antichi
territori. In Scozia, Irlanda e Galles l'inverno era il tempo della dea strega, nota
in gaelico con il nome di Cailleac Bheur
o Vecchia Moglie, che usciva dal suo
nascondiglio, tra le rocce, per catturare
Bride, lo spirito della primavera. In
Scandinavia, le foreste e le distese di
neve tremavano quando sentivano avanzare le tenebre che risvegliavano le pi
antiche fra tutte le divinit: i hrimthursar,
o giganti congelati. Il primo di questi
era Kari, il vento che soffiava dalle montagne fino al mare. Kari era il padre di
Frosti, il gelo, a sua volta padre di una
gigantessa della neve e di una stirpe di
divinit. Tutti insieme costituivano l'inverno, che scivolava senza farsi vedere
nelle citt e nelle case, penetrando con
le sue dita gelide attraverso porte e finestre, nascondendo le foreste e soffocando i campi.
Di fronte alla minaccia dell'inverno la gente reagiva come poteva. In novembre, quando la stagione iniziava a cambiare e i giorni ad accorciarsi, quando le ultime foglie secche cadevano dai rami ormai spogli e i pascoli si ricoprivano di stoppia gelata, gli uomini e le donne macellavano gli animali che non potevano nutrire nei mesi invernali. Per questa ragione gli anglosassoni chiamavano novembre il mese del sangue. Era la tradizione a dettare i giorni per il macello. In Inghilterra, il giorno di San Martino, l'I 1 novembre, era dedicato all'uccisione del bestiame; in Germania lo stesso giorno si macellavano i maiali, le galline e le oche, nelle isole Orcadi, a nord della Scozia, il giorno di Sant'Ignazio, il 17 dicembre, era dedicato all'uccisione dei maiali e per questo veniva detto Giorno della Scrofa.
non venivano trascurati nemmeno i frutti dei campi. Al termine del raccolto, l'ultimo covone di cereali - malto, granturco o grano - veniva sempre messo da parte, cos come la paglia ricavata dagli scarti, perch in questi viveva lo spirito del campo. Conservarli come un tesoro assicurava il raccolto dell'anno successivo. In Svezia e Danimarca si faceva un dolce con i cereali dell'ultimo covone; in alcune zone dell'Inghilterra si preparava invece una pappa di cereali che, se mangiata il giorno di Natale, assicurava buona salute e fertilit. Sempre in Inghilterra, gli scarti dell'ultimo covone venivano intrecciati per farne dei pupazzi di paglia dalla forma di albero, uomo, uccello o capra; venivano prima appesi all'interno della casa per benedire chi ci viveva e poi dati in pasto agli animali nella stalla, perch anch'essi ne fossero benedetti. La paglia, invece, veniva sparsa sui pavimenti delle case, delle chiese e sui campi inariditi perch donasse loro forza, vigore e salute.
nonostante tutti gli sforzi era comunque difficile trovare conforto quando ci si sentiva avvolti dalla forza delle tenebre. Gli uomini e le donne erano costretti a rannicchiarsi in casa, al calore e alla luce dei loro focolari, mentre fuori gli antichi dei imperversavano liberi, in compagnia degli abitanti delle tenebre: i folletti, le fate e, peggio di tutti, i fantasmi.
L'inverno era la stagione della morte. Lo Jl scandinavo, con i suoi sacrifici e i suoi banchetti, aveva luogo a ridosso del solstizio, ma iniziava come una celebrazione dei morti in onore degli avi dei viventi, le pallide ombre liberate dalla scomparsa del sole che si alzavano dai loro sepolcri nella terra oppure tornavano dalle coste se erano state vittime della forza del mare. Esse lasciavano il mondo dei morti per tornare a visitare quello dei vivi.
Anche dopo che la cristianit, con i suoi riti, ebbe assorbito e ingentilito le celebrazioni dello Jl, la gente non dimentic completamente gli antichi dei che tornavano a esigere il sacrificio delle vite umane.
La banda di fantasmi, a caccia nel giorno di natale, prendeva nomi diversi a seconda dei luoghi, nel nord dell'Inghilterra si credeva che fossero i segugi di Gabriele o la roche di Gabriele, cio i cacciatori di cadaveri - cani fantasma dallo sguardo fiero che cavalcavano le nuvole. Secondo alcuni a guidare la muta di terribili cani era in realt il mitico re Art. In Galles, il cacciatore era chiamato Gwyn ap nudd, re dell'oltretomba. In alcune zone della Germania il cacciatore era in realt l'antica dea Berchta, che viaggiava sulla terra seguita da elfi, fate e dai fantasmi dei bambini piccoli.
La dea galoppava sopra fattorie e villaggi, esaminando la pulizia dei piccoli e
giudicando il fuso e il telaio della donna di casa. Le abitazioni venivano decorate con rami di sempreverdi per accogliere la sua venuta e le venivano lasciate da mangiare frittelle e dolci a forma di ciabatta che la dea poteva riempire con piccoli doni.
Se non riceveva abbastanza cibo, o trovava una casa sporca e disordinata, Berchta aveva il potere di punire gli abitanti della dimora mandando loro la peste e altre orribili malattie. La notte in cui lei vagava per la terra bisognava rimanere chiusi in casa per non correre il rischio di incontrarla: essa accecava infatti chiunque cercasse di spiarla. Tuttavia, anche una dea tanto terribile sapeva a volte mostrare un volto gentile.
Secondo una leggenda tirolese, la dea dimostr grande generosit nei confronti di un contadino che, contro ogni buon senso, si era avventurato fuori casa nella vigilia dell'Epifania. Con la lanterna in mano aveva attraversato il proprio cortile: aveva bevuto molta birra e l'aria gelida serviva a rinfrescarlo.
Mentre camminava ud all'improvviso il suono di voci che cantavano e lo chiamavano, e si ferm a osservare la scena. Vide allora delle figure bianche muoversi in cielo tra le stelle: era Berchta con i suoi compagni di viaggio.
La dea discese lentamente, in un fascio di luce, con il suo seguito di bambini fantasma. La compagnia si sistem attorno al granaio del contadino e nel cortile. Berchta pass accanto all'uomo come se non l'avesse visto e lui rabbrivid quando il velo di nebbia gelida del vestito della dea sfior il suo braccio. Tante piccole figure la seguivano come pulcini, chiacchierando con voci acute. Una di queste era rimasta indietro: si trattava di un bambino molto piccolo che indossava una lunga camicia da notte e, ancora incerto sulle gambe, continuava a inciampare e a cadere sulla terra fredda ogni due o tre passi. Il contadino, padre lui stesso di un bambino, si comport con franca e brusca gentilezza. Aiut il piccolo fantasma ad alzarsi tenendolo con una mano, mentre con l'altra si tolse la cintura di corda per legarla attorno alla vita del bambino e impedirgli cos di inciampare ancora nella camicia da notte. Poi, sistem la creatura sul suo stivale e gli diede un lieve colpetto in direzione della dea per aiutarlo a raggiungere il gruppo.
Berchta si era fermata sulla soglia della casa del contadino a osservare la scena. Sorrise quando il fantasma la raggiunse e i suoi vecchi occhi esprimevano gioia. Uomo gentile disse, ti do la mia benedizione perch i tuoi figli siano a lungo felici. E cos accadde.
Queste semplici storielle venivano raccontate solo dopo che la potenza di Berchta era stata indebolita dalla nuova fede. In precedenza era stata la prima dea del focolare e la guardiana della casa. Nei giorni pagani, la stagione delle celebrazioni invernali era il periodo in cui in ogni casa veniva eretto un altare di pietra levigata dedicato a Berchta; sopra l'altare bruciava un fuoco di rami di sempreverdi. Berchta poteva essere richiamata dal fumo del legno ad apparire tra le fiamme e a predire il futuro di ogni persona raccolta attorno al suo focolare.
Tra le meravigliose, anche se ambigue, possibilit straordinarie che venivano date dall'oscurit c'era infatti anche'quella di trascendere il tempo: durante il solstizio, si poteva vedere nel passato e scrutare nel proprio futuro. Dedicate a
questa pratica vi erano innumerevoli cerimonie che si tenevano la vigilia del giorno di Sant'Andrea, la vigilia di Natale, l'ultima notte dell'anno e durante la Dodicesima Notte. Le ragazze, per esempio, mettevano del pane sotto il cuscino; se al mattino il pane era stato in parte mangiato, il loro innamorato le avrebbe sposate entro la fine dell'anno seguente. In Norvegia si potevano leggere dei segni premonitori anche nella paglia dell'ultimo raccolto, quando veniva portata in casa. I chicchi che cadevano stavano a indicare non solo che tipo di cereale bisognava piantare l'anno dopo, ma anche - dal loro stato di salute - se il raccolto sarebbe stato abbondante. Se i chicchi venivano trovati sotto una sedia la mattina di Natale, la persona seduta sulla sedia sarebbe morta entro la fine dell'anno seguente.
I segni premonitori pi potenti, comunque, venivano dati dagli esseri che camminavano scalzi nel cuore dell'inverno: divinit come Berchta, che poteva essere interrogata per le profezie, e i fantasmi che costituivano il suo seguito.
Questi fantasmi del Natale entravano nelle case dei loro discendenti per banchettare con le offerte che erano state lasciate loro, e festeggiavano il Natale secondo le loro cerimonie. Si riunivano in chiese deserte alla mezzanotte della vigilia. Vederli poteva essere molto pericoloso perch essi erano sempre molto felici di farsi dei nuovi compagni di viaggio. Inoltre, le schiere dei morti erano sempre accompagnate da un seguito che era meglio non incontrare: si trattava infatti delle ombre delle persone destinate a morire entro l'anno a venire.
Questa poteva essere una buona ragione per evitare le chiese e i cimiteri circostanti nelle prime ore del Natale, quando i cristiani erano tutti a dormire e i luoghi di culto rimanevano deserti. Tuttavia accade anche che la curiosit umana superasse la paura e che qualcuno osasse sfidare l'ultraterreno in cerca della conoscenza proibita. Uno di questi fu il parroco di un villaggio inglese. Era un uomo di origini modeste, gentile con i suoi parrocchiani, ma dal comportamento spesso strano e inquietante. Era innanzitutto un solitario, uno studioso che cercava di spiegare i misteri inspiegabili, che voleva carpire i pi intimi misteri delle piante e i segreti delle stelle. Aveva l'abitudine di parlare da solo, cosa che spaventava molto i suoi fedeli, i quali temevano che dialogasse invece con i demoni.
Aveva un solo amico, un vecchio erborista chiamato Abraham. Fu lui che raccont l'avventura del parroco, essendone stato testimone.
Una vigilia di Natale, dopo che la messa era finita e la gente aveva fatto ritorno a casa, il prete propose al vecchio Abraham di rimanere nascosto con lui dietro la porta della chiesa per vedere le ombre della gente che stava per morire mentre vagavano nella notte. Abraham accett immediatamente. Aveva trasmesso al prete tutte le sue conoscenze e adesso era stuzzicato dall'idea di poter vedere nel futuro. Poco prima di mezzanotte i due uomini sgattaiolarono furtivamente attraverso il villaggio fino alla piccola chiesa.
Tutto era tranquillo, non c'era nessun fantasma nei dintorni. Sull'altare della chiesa bruciava una sola candela, mentre, nel cimitero l accanto, la luna d'argento brillava illuminando il marmo delle lapidi e i rami degli alberi.
Gli uomini si fermarono in un punto nascosto del portico della chiesa, stringendosi nei cappotti. Grazie alle conoscenze dell'erborista, avevano con s tutto il necessario per proteggersi: erba di san Giovanni, il fiore estivo che veniva usato per i pronostici e come difesa contro i fantasmi; una foglia di alloro, che era la pianta del sole e serviva per tenere lontano il diavolo e l'oscurit; un ramo di biancospino, il sempreverde i cui frutti rossi scacciavano le forze maligne, e un pugno di cenere della montagna discendente dell'albero del mondo da cui, secondo il vecchio erborista, era stato creato il primo uomo.
Il tempo passava, il cimitero sembrava talmente immobile che si potevano sentire chiaramente i fruscii provocati dagli animali notturni. Da dietro il muro, dove iniziava il bosco, arriv il verso macabro di una civetta. Poi si alz il vento e cominci a sibilare tra i rami degli alberi; da qualche parte risuon una campana. A quel suono, nella chiesa inizi a muoversi qualcosa. Una figura scivolava lungo il sentiero. Era un volto ben noto sia al prete che al vecchio Abraham: era il volto del mugnaio del villaggio. Dietro di lui, ecco arrivare altri tre visi che entrambi conoscevano: la levatrice, il maestro, un contadino. Tutti e quattro si trascinarono fino al portico senza guardare n a destra n a sinistra e, appena superati i due uomini che li stavano osservando, scomparvero nel nulla.
Il prete tir un sospiro di sollievo; la sua curiosit era stata appagata.
Qualcosa di ancor pi sorprendente e spaventoso doveva per lasciarlo completamente senza fiato, come avrebbe poi spiegato il vecchio Abraham. L'ultima ombra a scivolare sul sentiero verso di loro era infatti quella del prete stesso; per un attimo, mentre passava attraverso il portico con un sorriso amaro sulle labbra, lo spettro alz lo sguardo verso i due uomini pietrificati dalla paura e poi scomparve come tutti gli altri. Questa fu la ricompensa che l'uomo ottenne per aver ficcato il naso nel magico inverno: mor entro l'anno, dopo aver spiato il proprio destino.
Per fortuna la maggior parte della gente era pi cauta di questo parroco, ed era timorosa dei fantasmi che andavano in giro nella notte di natale e degli spiriti della terra che vagavano liberi. Nei posti pi selvaggi questi spiriti si liberavano dagli alberi, dalle rocce, dai laghi e dai ruscelli per cavalcare il vento invernale e danzare nella neve. In Russia, per esempio, le rusalky - che secondo alcuni erano i fantasmi di giovani donne, secondo altri le fate dell'acqua - emergevano dai fiumi e dai torrenti per dare inizio ai loro canti e alle loro danze.
Erano vestite di foglie verdi, avevano i capelli stellati e cantavano di ci che era stato, che era o che sarebbe stato. Per i mortali uscire nelle notti d'inverno era molto pericoloso, perch il canto delle rusalky rubava l'anima a chi lo sentiva.
Questi spiriti rimanevano comunque nei loro boschi. Altre creature natalizie uscivano invece in cerca di esseri umani.
In Romania i lupi mannari ululavano per tutta la dodicesima notte; in Grecia, dei folletti chiamati callicantzari saltavano fuori da sotto le rocce e dalle grotte nelle montagne e, battendo i denti, scorrazzavano per le citt abitate dagli umani. Scivolavano dentro i camini, portando la rovina nelle case che visitavano, insudiciando il banchetto di Natale, cavalcando le spalle dei padroni di casa
e dando pizzicotti e spintoni ai bambini. Talvolta, questi atti grotteschi venivano attribuiti agli spiriti dei morti, altre invece ai bambini nati a Natale e quindi particolarmente vulnerabili agli incantesimi delle vecchie divinit. Per tenere lontani i callicantzari, i Greci appendevano al camino l'osso della mandibola di un maiale, che si pensava avesse il potere di proteggere la casa. L'arma di difesa pi efficace era per sempre il fuoco, che rimaneva acceso per tutto il periodo di Natale.
Il Natale era pieno di antichi elfi che scendevano nelle citt per combinare dei guai. I tedeschi raccontavano le malefatte di uno di questi elfi, di nome Frau Gaude, una discendente della dea Berchta. A Natale, accompagnata da una muta di cani indiavolati, si addentrava furtivamente nei villaggi alla ricerca delle case in cui qualche sciagurato avesse dimenticato la porta aperta. Una volta trovatane una mandava dentro uno dei suoi cani che si rannicchiava vicino al focolare e iniziava a piagnucolare ininterrottamente. E non c'era niente che potesse farlo andare via. Se si cercava di ucciderlo, il cane prendeva la forma di una pietra innocua, ma di notte si svegliava di nuovo e ricominciava a piagnucolare portando malattie e disgrazie alla famiglia. Scompariva solo il Natale successivo, quando la maledizione aveva fatto il suo corso.
Fra le creature pi antiche che infestavano il mondo ce n'erano alcune che portavano disgrazie terribili: erano i ladri di bambini. Tra questi c'erano i Ragazzi di Natale dell'Islanda, tredici in tutto, che scendevano nelle case degli islandesi uno alla volta, iniziando tredici giorni prima di Natale. Erano i figli di una vecchia troll di nome Gryla; essi rubavano candele e salsicce, portavano via il grano migliore e distruggevano le stanze pulite e ordinate per il Natale. A partire dal giorno di Natale, cominciavano ad andarsene, uno alla volta, portando via con s i bambini della casa infilati in sacchi.
Secondo la leggenda, venivano portati via solo i bambini cattivi. La stessa cosa  probabilmente vera per altre figure di ladri di bambini. I lapponi, per esempio, raccontavano di un troll predatore delle montagne di nome Stalo. In cerca di carne umana, questa creatura entrava di nascosto nelle abitazioni e portava con s i bambini che avessero osato andare a sciare alla luce della luna. Stalo era per un troll molto vecchio, che ormai non spaventava pi nessuno, cos vecchio che poteva essere sconfitto anche dai bambini. Si diceva infatti che una volta ne avesse catturato un gruppetto e li avesse infilati nel suo sacco; ma appena si ferm per riposare e appoggi a terra il bottino, i bambini riuscirono facilmente a scappare e a mettere delle pietre nel sacco, in modo che Stalo non si accorgesse della loro fuga.
L'ultima volta che fu visto era un'ombra curva, che si arrampicava con fatica su per la montagna trascinando un sacco pieno di sassi. I bambini invece corsero a casa dove li attendevano una croce dipinta sulla porta per tenere lontani i vecchi spiriti, i sempreverdi appesi, sopravvissuti alla morte dell'inverno, la paglia dell'ultimo raccolto, che ricopriva il pavimento promettendo salute e abbondanza, e il ceppo dello Jl, che bruciava per tenere lontano il buio e portare fortuna alla casa. Era la promessa che il sole sarebbe ritornato con la luce dispensatrice di gioia.


La Battaglia di Mezzanotte.

Tutto inizi una vigilia di Natale di tanti anni fa, a Norimberga. Il crepuscolo scendeva sulla citt facendo brillare i tetti ricoperti di neve e le strade erano deserte. Tutta la gente per bene era in casa, al sicuro, lontana dai pericoli dell'inverno scuro.
Nell'atrio semibuio di una casa, si poteva scorgere una piccola sagoma che zoppicava; era un uomo gobbo, in tutto simile a uno gnomo, che teneva stretta una grande scatola. Con uno sguardo veloce dal suo occhio buono (l'altro era coperto da una benda nera) apr la porta del salone, lasciando per un attimo uscire la luce e la musica, e poi scomparve subito all'interno, chiudendosi la porta alle spalle. Una volta che il vecchio fu entrato nella stanza, si sentirono dei passi che scendevano le scale verso l'atrio: malgrado la sua circospezione, qualcuno l'aveva visto infilarsi dentro il salone. Erano in due, una ragazza, che aveva da poco superato la fanciullezza, e un bambino di qualche anno pi giovane. Entrambi erano pallidi per l'eccitazione e, forse, anche per la paura che incuteva loro il vecchio. Rimasero ad aspettare dietro alla porta. Con la massima attenzione ascoltavano le voci che provenivano dal salone, i brani di musica, il crepitio della legna e i fruscii della carta.
Il padrone di quella casa a Norimberga si chiamava Stahlbaum, e i ragazzi dietro la porta che ascoltavano erano Marie e Fritz, i suoi figli. Il piccolo uomo con la gobba era il loro padrino, Drosselmeier, un orologiaio di sovrumana bravura e un incredibile costruttore di giocattoli che
sembravano veri e propri incantesimi: uomini in miniatura che sapevano sorridere e inchinarsi come cortigiani in carne e ossa, uccellini non pi grandi di un fagiolo che cantavano come le allodole d'estate, pupazzi che danzavano al suo comando e soldatini di legno che marciavano obbedendo ai suoi ordini. I genitori dicevano che quei tesori erano dei miracoli dell'arte dell'orologiaio ed erano talmente delicati che durante il resto dell'anno non si potevano nemmeno toccare; per questo venivano messi via alla fine delle feste di Natale. I bambini sapevano per che le creature erano animate dalla magia di Drosselmeier e che la natura dei giocattoli era tale per cui potevano vivere solo nel cuore del Natale e solo nelle mani del loro padrino.
Marie e Fritz aspettavano pazientemente nell'atrio mentre il buio della notte avanzava e la luna si alzava fredda risplendendo attraverso le finestre. Alla fine, un campanello suon a festa, le voci si fecero sempre pi vicine e pi nitide e la porta si apr per lasciare che i bambini entrassero nel loro Natale.
Si fermarono sulla soglia a bocca aperta, colti dalla meraviglia. La stanza era immersa nella luce d'oro di cento candele. Contro il muro si alzava fiero, dal tavolo fino al soffitto, l'albero di Natale ricoperto di piccole candele che brillavano come se tutte le stelle dell'inverno fossero state intrappolate tra i suoi rami verdi per illuminare i frutti dell'estate appesi dappertutto. Sulla tavola, uno squadrone di Ussari, armati di spade d'argento, sedeva su cavalli immobili che sembravano all'apice della giovinezza e della forza. E tutt'intorno c'erano dei pacchi, avvolti nel mistero.
Accanto alla tavola imperava Drosselmeier, ricurvo come un ragno. Uomo di poche parole, non disse nulla mentre Fritz e Marie sorridevano e gioivano
aprendo i loro regali. Quando per iniziarono le danze e tutti gli adulti furono occupati, incroci lo sguardo dei ragazzi e fece loro segno di seguirlo in un angolo della stanza. L, in un armadietto di vetro, tutte le invenzioni degli anni precedenti osservavano la nuova meravigliosa creatura di Drosselmeier.
Dal pavimento fino a met parete si alzava un castello da favola, un palazzo dalle infinite finestre e torri. Quando i bambini lo guardarono le campane del castello cominciarono a suonare e si aprirono le finestre, mostrando l'interno di stanze meravigliose. In un lungo corridoio ricoperto di specchi, piccoli cortigiani vestiti in seta passeggiavano avanti e indietro, inchinandosi e sorridendosi l'un l'altro quando si incrociavano, e parlandosi in un tono di voce alto e lieve come quello degli uccellini lontani. Attraverso un'altra finestra si poteva vedere un grande salone, illuminato dai candelieri in cui bruciavano innumerevoli candele le cui fiamme erano minuscole come chicchi di grano e gettavano luce su bambini graziosi come elfi intenti a ballare. In uno dei portali apparve un uomo che osservava i bambini danzare. Era una creatura anziana, ricurva, che indossava una parrucca bianca e una benda nera su un occhio. Era un'immagine in miniatura di Drosselmeier. Dopo qualche istante la piccola figura sogghign tra s e s, e si ritir nella sua torre.
Incantati, i bambini osservavano attraverso le finestre del castello quelle bambole che sembravano vive. Il piccolo Fritz divent per presto irrequieto, voleva sapere se poteva entrare in quel mondo in miniatura, oppure se le bambole potessero uscirne o se potessero almeno cambiare danza. Alle domande di Fritz, Drosselmeier rispondeva sempre che i disegni erano gi stati fatti e non potevano essere alterati. Fritz allora, battendo i piedi per terra, torn ai suoi soldatini, dove i disegni potevano essere modificati a suo piacimento.
Dopo un poco anche Marie si allontan dal castello incantato per tornare tra le danze degli adulti a osservare lo splendido albero. Si sistem l accanto, cullando tra le braccia un regalo che le aveva fatto Drosselmeier.
Si trattava di una piccola creatura, un giovanotto che indossava una giacca con i galloni, pantaloni e stivali da ussaro, proprio come i soldatini di Fritz. Gli occhi davano alla creatura una vita che non gli apparteneva. Era infatti solo un fantasioso schiaccianoci, e la sua grande mascella, mossa da una leva sulla schiena, doveva servire per rompere i gusci.
Anche se un po troppo cresciuta per giocare con le bambole, Marie accarezzava questa creatura dandole di tanto in tanto una noce da mangiare, finch anche il fratellino minore non si interess al giocattolo. Fritz era stanchissimo e il suo viso era tutto sudato e arrossato. Con una voce che si era fatta fastidiosamente acuta, chiese lo schiaccianoci per s e, dopo averlo avuto, vi infil una nocciola enorme nella mascella spingendo la leva. Un rumore secco e il meccanismo di legno si spezz mentre la noce rotolava per terra. Fritz fiss, attonito, l'aggeggio rotto, con le labbra increspate e la faccia rossa raggrinzita in una smorfia, poi butt lo schiaccianoci per terra e lanci un grido attirando l'attenzione dei suoi familiari, che lo fecero accompagnare a letto dalla balia.
La crisi del bambino sembr segnare la fine della atmosfera magica, anche perch ormai si era fatto tardi. Mentre Marie raccoglieva il suo schiaccianoci, rigirandoselo tra le mani, i suoi genitori e gli amici si aggiravano per la sala a spegnere le candele mentre arrivavano anche le cameriere per spazzare il pavimento. A una a una le persone lasciarono la stanza fino a quando Marie non rimase sola con i suoi genitori e con Drosselmeier, che le bisbigli gentilmente: Fascia la ferita con delle bende e domani sar tutto a posto. A queste parole, la faccia dello schiaccianoci sembr attraversata da una smorfia, ma non poteva essere che uno scherzo della luce. Marie avvolse la testa della creatura in un fazzoletto per tenere a posto la mascella rotta, e la sistem in un letto per le bambole accanto all'albero. Poi lasci che sua madre la accompagnasse fuori dalla stanza mentre si girava un'ultima volta a guardarlo. Solo Drosselmeier rimase nella sala a borbottare parole indistinte sul suo castello.
Un'ora dopo, mentre la casa dormiva, Marie torn nella sala. Varc la soglia e si ferm ad ascoltare. L'orologio sopra al caminetto cominci a battere la mezzanotte. Come in risposta a quel suono, da ogni angolo della sala arrivarono degli stridii accompagnati da suoni secchi e da fruscii.
L'attenzione della ragazza fu attratta da uno strano movimento. Un animale era appollaiato sull'orologio.
Quello alz la testa e le rivolse un ghigno, uno spaventoso e orribile ghigno. Non era affatto un uccello, era Drosselmeier rimpicciolito.
Con un grido Marie cerc di scappare via, ma era troppo tardi. Ogni tavolo, ogni sedia, ogni quadro era stato invaso da topi che correvano da tutte le parti girando freneticamente la testa prima da una parte e poi dall'altra e ruzzolando sul pavimento verso Marie.
Tutt'a un tratto, per, i topi si alzarono sulle zampe posteriori e si sparpagliarono. Emerse dal pavimento una nuova creatura, un mostro con sette teste che urlava orribilmente. Marie cerc di fare qualche passo indietro e urt il contenitore di vetro dei giocattoli che si ruppe fragorosamente, mentre la stanza inizi a ondeggiare davanti ai suoi occhi. Quando le torn la vista si trov in mezzo a dei giganti: sembrava che lei si fosse rimpicciolita. Tutt'intorno le bestie zampettavano e strillavano, non pi topi vulnerabili, ma enormi creature pelose dai lunghi denti, orribili a vedersi. E, nel mezzo, incombeva minaccioso il loro re, in cerca di bottino con le sue sette bocche.
Il grido del Re dei Topi non rimase per senza risposta. Sul tavolo dell'albero si ergeva lo Schiaccianoci, che non aveva pi nulla di grottesco nell'aspetto, ma appariva alto, giovane e coraggioso, splendido nella divisa da ussaro adorna di trecce d'oro. Conquist cos irrimediabilmente il cuore ancora inesperto di Marie. In mano teneva alta una spada che brillava mentre impartiva gli ordini. Dall'armadietto di vetro rotto, risuon una tromba e prese vita anche un tamburo; dal pavimento vicino al tavolo arriv il grido di risposta degli Ussari. I soldatini erano diventati soldati e, saltando gi dai loro piedistalli, si lanciarono nel campo di battaglia come un vero e proprio reggimento.
Mentre i tamburi rullavano e le trombe suonavano, inizi la battaglia. Al comando del re dalle sette teste, i topi si preparavano a respingere l'attacco della cavalleria. Segu una confusione tremenda. I soldati continuavano ad attaccare, in gruppi sempre pi ridotti, ai comandi dello Schiaccianoci.
Lui era sempre in prima linea, con la sua lama scintillante, cercando di farsi largo tra le file dei nemici per arrivare al Re dei Topi. I due capi si scontrarono in mezzo a un'accozzaglia di uomini e di cavalli, di topi sollevati sulle zampe posteriori, di cadaveri insanguinati.
Alla fine, nella confusione, si apr un varco per mostrare lo Schiaccianoci che
pugnalava e squarciava le gole del Re dei Topi. La creatura grid con la sua moltitudine di voci e si butt in avanti. Marie, che si era rannicchiata in un nascondiglio da cui poteva osservare la battaglia, era rimasta incantata dal coraggio e dal valore dello Schiaccianoci e, temendo per la vita del suo eroe, lanci un grido e cadde a terra svenuta.
Si svegli con la luce del sole che filtrava attraverso i fiori congelati che decoravano i vetri delle finestre. Il suo viso era appoggiato alla lana ruvida del tappeto, mentre tutt'intorno c'erano soldatini rotti, carcasse di topi irrigidite, pezzi di terracotta distrutti e dolci e paste mezze mangiucchiate.
In mezzo alle rovine Marie vide le sette piccole corone d'oro; le tornarono cos in mente le teste del Re dei Topi e richiuse gli occhi.
Dapprima sent solo una vocina fievole - quella di Drosselmeier - che la chiamava, poi distinse anche la voce di sua madre e, allora, finalmente rispose. Entrambi si chinarono su di lei e le tolsero quello che teneva tra le braccia: un soldato in uniforme da ussaro. Marie protest debolmente, ma i suoi genitori la costrinsero ad andare a letto e chiamarono il medico.
Nessuno credette al racconto di Marie. Sua madre, spazientita, pens che fosse stato solo un sogno dovuto all'eccitazione e ai troppi dolci. Il medico disse che la storia era pura invenzione, causata dall'urto contro il contenitore di vetro.
Anche Drosselmeier la prese in giro, quando and a trovarla nella sua camera. Dalle pieghe del suo mantello tir fuori lo Schiaccianoci, una misera creatura di legno in un'uniforme sgargiante, con in cima una testa grottesca. Guardandola con il suo unico occhio le disse: Ecco il tuo eroe. Un pezzo di legno, e persino piuttosto brutto.
Marie prese lo Schiaccianoci tra le sue braccia, lo amo lo stesso rispose. Gli devo la vita.
L'orologiaio sospir.
Dopo qualche minuto di silenzio, infine, disse, con aria dispiaciuta: Hai ragione. Questa creatura  un principe delle fate ed  vittima di un incantesimo. Per liberarsene doveva sconfiggere il Re dei Topi e far s che una donna s'innamorasse di lui malgrado questa forma orribile. Il suo mondo  pieno di pericoli che non puoi neanche immaginare. Sei pronta a seguirlo comunque?.
Sono pronta a seguirlo.
Sei pronta a lasciare per sempre la tua casa e i tuoi cari e questo prima che tu abbia raggiunto l'et per conoscere il tuo stesso mondo?.
Sono pronta rispose Marie.
Hai avuto tutte le occasioni per rifiutare disse Drosselmeier con un sorriso forzato.
La notte seguente la figlia degli Stahlbaum scomparve.
nessuno scopr mai dove fosse andata, e di lei non venne trovata pi nessuna traccia.
Alcuni raccontarono che aveva raggiunto il suo principe in una terra di latte e miele dove avrebbero regnato per sempre felici e contenti.
Drosselmeier, per, avrebbe potuto rivelare una fine un po diversa.
Lui continu con i suoi strani affari, a costruire i suoi incredibili giocattoli e a elaborare il castello incantato. Talvolta si affacciava alle finestre della sua galleria osservando con soddisfazione le due bambole che aveva aggiunto alla sua parata.
Si trattava di un giovane in uniforme, con la giacca adorna di trecce dorate, e di una graziosa donna, a dire il vero poco pi che bambina, che gli sedeva accanto e sembrava in tutto e per tutto Marie.

Capitolo Tre.

LA RINASCITA DEL SOLE

Oltre gli aridi e brutali anni del disincanto, in un tempo privo di urgenze, esisteva il Re del natale. I francesi lo chiamavano l'Abb de la Malgouvern, che significa l'Abate del Malgoverno; mentre per gli scozzesi era l'Abbot of Unreason, ovvero l'Abate dell'Assurdo.
In alcune zone dell'Inghilterra era noto come il Re del Fagiolo, mentre in altre come il Signore del Disordine. Il suo regno poteva durare da Allhallows fino alla vigilia di Candlemas - ovvero dal 31 ottobre al 2 febbraio - coprendo quindi l'intero periodo invernale. In altri casi non superava i dodici giorni di natale.
Il Re del natale era spesso scelto a caso fra la gente del popolo. In passato, il Natale era infatti un periodo in cui tutto si capovolgeva e ogni persona indossava i panni altrui: i servi diventavano padroni, gli uomini mettevano vestiti da donna, gli esseri umani si travestivano da animali.
Il natale era soprattutto una stagione di abbondanza e ilarit. I menestrelli dovevano vederne davvero di tutti i colori mentre suonavano le loro melodie con il flauto, nel focolare che bruciava accanto a un muro - un camino talmente grande che avrebbe potuto ospitare tre uomini distesi - il ceppo dello Jl brillava, riflettendo la sua luce sui pannelli di quercia e le pareti di pietra, decorate di biancospino ed edera. Al tavolo principale sedeva il Signore del Disordine, che indossava abiti di velluto e pelliccia e un buffo cappello; al suo fianco i compagni lo servivano con una cura e un'attenzione esagerate. Agli altri tavoli sedevano i membri della famiglia - uomini, donne e bambini vestiti di rosso scarlatto, verde smeraldo o giallo canarino - che ridevano, cantavano e gridavano. Le servitrici si muovevano su e gi per le lunghe file di panche, cercando di evitare il solletico e i pizzicotti dei commensali e scavalcando i cani da caccia accovacciati ai loro piedi.
Dalle tre del pomeriggio fino alla mezzanotte del primo giorno di baldoria, la rumorosa compagnia beveva e mangiava in un lungo, ininterrotto, banchetto. Per ognuna delle portate i menestrelli suonavano una fanfara; poi, con tutte le cerimonie, veniva portato in tavola il warner - una composizione di zucchero e gesso raffigurante una scena di caccia e una di torneo - che veniva posato proprio di fronte al Signore del Disordine. Era l'annuncio dei ben venticinque piatti che costituivano il pranzo. La maggior parte del cibo era stufato, anche per facilitare il lavoro degli ospiti, che per mangiare usavano i cucchiai e le mani, e non certo le forchette. I piatti erano il frutto della generosit dei campi, della foresta e dei fiumi: dalla carne di cervo fresca e salata
ai fagiani, i cigni, i capponi, le lamprede.
Agli invitati veniva offerto del pavone che era stato prima bollito e poi rivestito delle sue piume; con il cucchiaio, i commensali si servivano poi della zuppa di grano dolce, delle gelatine a forma di castello e del bianco-mangiare, che consisteva in pollo spezzettato e poi bollito con riso, latte di mandorle e miele. Anche nel bere non mancava una vasta scelta: c'erano i vini da Quienne, Anjou e Poitou e c'era, soprattutto, la buona birra inglese. Il pezzo forte erano comunque i boccali di wassail per il brindisi, straripanti di birra calda, zucchero e spezie.
Il vero fulcro del banchetto, annunciato dalle trombe, salutato dai canti e portato in una processione guidata dal Signore del Disordine stesso, rimaneva, per, la testa del cinghiale: disposta su un apposito vassoio, circondata di mele rosse, appoggiata su un nido di rosmarino e timo sorvegliava la compagnia in festa con i suoi occhi di prugne secche. Aveva la mascella rinchiusa in una museruola di giunco e salice, e le zanne di mandorle stringevano un limone, una prelibatezza proveniente dalle terre pi calde. Mentre il contenuto della testa - una sorta di soppressata speziata e piccante - veniva distribuito ai commensali insieme alla birra, il Signore del Disordine dava inizio ai giochi. Per i pi grandi c'erano i dadi (di avorio, argento e osso), le carte e gli indovinelli. Mentre gli adulti si concentravano in questi passatempi, i loro figli giocavano a mosca cieca tra i tavoli o, con dita nervose, cercavano di ripescare le uvette che galleggiavano nelle ciotole di brandy infuocato, un gioco che chiamavano bocca di leone.
Cos ci si preparava al culmine della festa che ancora doveva arrivare; i giochi erano infatti solo un assaggio dei divertimenti natalizi. A un cenno del Signore del Disordine, i mimi del villaggio entravano a passo di danza nel salone, scuotendo la neve dai propri stivali, pronti a ripetere lo spettacolo gi recitato in tutti i natali precedenti. Babbo natale, in una veste rosso cremisi e con una lunga barba bianca, guidava i mimi, alzando la voce per sovrastare con il suo prologo la confusione di una platea disobbediente. Sono arrivato io, Babbo natale, che sia benvoluto o meno. Spero che il Vecchio Babbo natale non sia mai dimenticato.
Questo richiamava i personaggi dell'antica recita dei mimi: il capitano Slasher, il pagano nel suo abito da turco; il santo patrono dell'Inghilterra, Giorgio con lo sguardo rivolto al cielo a indicare il suo carattere coraggioso; il dottor Brown; un malconcio drago chiamato Snap. Accompagnati da sorrisi, applausi e sonore risate, i mimi recitavano la commedia che gi tutti conoscevano. Con grida e urla, il cattivo capitano Slasher sfidava San Giorgio a duello; il cavaliere cristiano vinceva e il turco moriva.
Allora Babbo natale chiamava il dottore che riportava il turco in vita e lo induceva al pentimento. Poi seguiva la battaglia del drago, con il pubblico che applaudiva e tifava per San Giorgio. Ancora una volta l'eroe cristiano trionfava e ancora una volta il dottore riportava in vita la vittima. San Giorgio spiegava per che nella storia il drago mor, quindi il drago doveva morire.
A quel punto colpiva la bestia con la sua spada di legno e Snap cadeva al
suolo rantolando, fino alla morte definitiva. Poi i mimi cantavano le lodi del loro rumoroso pubblico.
Dopo che le truppe degli attori erano scomparse nella neve e i bambini erano stati mandati a letto, i membri pi anziani della casa iniziavano le danze, talvolta per file parallele, talvolta in grandi cerchi. Al suono delle note dei liuti e ai battiti frizzanti dei tamburi, i festanti incrociavano i passi di tanti balli diversi.
Talvolta, durante le danze, si cominciava anche a cantare con un solista che intonava le strofe e tutti gli altri che gli rispondevano in coro il ritornello. Erano i canti di Natale.
Alla fine di tutto, quando i fuochi stavano per spegnersi, si cantava tutti insieme una canzone che avvicinava il miracolo del Natale alla vita di tutti i giorni della gente comune. Si intonava una ninna nanna per Ges Bambino, non molto diversa da quella che le madri cantavano ai loro figli per farli addormentare. Le donne in coro cantavano:

This poor youngling For whotn we do sing By, by, lully lullay (Per questo bimbo piccolino, noi cantiamo la ninna nanna ninna nanna, ninna nanna a te)

e gli uomini rispondevano:

Lully, Ma, thou little tiny child By, by lully lullay (Ninna nanna a te piccolo, ninna nanna, ninna nanna a te)

Le strofe venivano ripetute sempre pi piano fino a che la melodia non svaniva in un sussurro. Al termine della ninna nanna tutti si dirigevano verso le proprie camere da letto e il salone rimaneva vuoto e immobile, eccetto per i servi sui loro pagliericci e il ceppo dello Jl che crepitava nel focolare. Cos cominciavano i dodici giorni di Natale nei paesi cristiani. Protagonisti erano il divertimento, la luce, la gioia e il rumore.
La cristianit, in realt, pur avendo offerto la ragione dei festeggiamenti, non aveva previsto niente del genere. Coloro che festeggiavano stavano semplicemente ripetendo i gesti che avevano visto fare ai loro genitori e ai loro nonni prima di loro, e non sarebbero stati in grado di identificare le antiche origini di tali gesti: le tracce che riportavano agli antichi riti di met inverno erano evidenti come le impronte degli animali sulla neve. Derivavano dall'oscurit malinconica della Scandinavia, dalle terre celtiche e sassoni; dall'Italia e dall'assolata Grecia. L'elemento stranamente gioioso del Natale era presente nel passato fin dalle origini, quando i re venivano sacrificati per assicurarsi la salute della terra. Col tempo, vennero scelti dei sostituti dei re. Tra i Babilonesi, veniva nominato re per la stagione un uomo qualunque scelto dagli ordini sociali pi bassi a cui veniva permesso di godere di tutti i privilegi della regalit per la settimana che precedeva la sua morte.
Verso la fine dell'impero romano, sebbene i sacrifici di sangue fossero ormai scomparsi, era comunque rimasta la tradizione per cui venivano rovesciati tutti i ruoli che la gente rivestiva durante il resto dell'anno, e quei giorni di festa continuavano a essere dominati dall'anarchia e dall'ilarit pi sfrenata.
Dal 17 al 24 dicembre i Romani festeggiavano i Saturnalia per salutare la fine dell'anno e assicurare la salute delle semine invernali. Saturno era infatti il dio della semina e aveva regnato durante un'epoca d'oro ormai trascorsa. In quell'epoca non c'erano stati crimini, n punizioni, non c'era stato bisogno di leggi o di giudici e non si era nemmeno dovuto coltivare i campi perch la terra produceva spontaneamente tutto ci di cui la gente aveva bisogno; latte e nettare scorrevano nei fiumi e il miele scendeva dai lecci. Il vecchio dio era stato spodestato, ma con il solstizio la gente voleva comunque ricordare il suo regno felice. Venivano chiuse le scuole, i tribunali e i mercati, venivano sospese le operazioni militari e la gente poteva fare quasi tutto quello che voleva.
Si sorteggiava uno schiavo per farne il re delle cerimonie e, da quel momento, la sua parola diventava legge; in ogni casa i servi prendevano il posto dei padroni e i padroni quello dei servi. Qualsiasi richiesta, per quanto assurda, doveva essere esaudita. Questo Re dei Saturnalia era l'antenato del Signore del Disordine e del Re del Fagiolo.
La settimana dei Saturnalia non era nota solo per i banchetti, per la sfrenatezza dei costumi, per i travestimenti in cui gli uomini si vestivano come le donne e indossavano maschere e pelli di animali. Era anche il periodo dell'anno in cui ci si scambiava i regali.
La gente si regalava delle strenae -rami di alloro e sempreverdi come portafortuna; il nome commemorava la dea dei boschi Strenia, dalle cui sacre piante provenivano i rami.
I bambini ricevevano i sigillarla, piccole bambole di gesso che venivano vendute nelle fiere solo durante quel particolare periodo.
Poich i Saturnalia ricorrevano in coincidenza del solstizio d'inverno, erano diventati anche una festa di luci. I regali che la gente si scambiava pi comunemente erano candele destinate a bruciare durante le lunghe notti d'inverno, richiamando il sole alla vita.
Tutti questi riti vennero assorbiti dalle celebrazioni del natale cristiano, fissate, nel IV secolo d.c, il 25 dicembre, in modo che potessero sostituirsi ai rituali delle grandi feste invernali pagane. L'eredit lasciata dai Romani alle celebrazioni cristiane era sicuramente pi gioiosa delle attivit dello Jl nel nord d'Europa, dove i riti invernali erano una festa dei morti, affollata di spiriti maligni e diavoli e presenze pericolose come Odino e i suoi cavalieri. Anche in quelle zone, per, le notti dello Jl erano riempite da banchetti con turbolente bevute, e da tutti quegli elementi comuni a tutte le tradizioni: il fuoco e la luce. I grandi fuochi di met inverno degli scandinavi vivevano nei ceppi dello Jl che riempivano i focolari delle famiglie.
Le origini sacre del ceppo dello Jl si potevano rintracciare nelle cerimonie e nei significati che gli venivano attribuiti, tutti associati alla salute e alla fecondit. In Inghilterra, il ceppo veniva tagliato e trascinato a casa da buoi o cavalli e la gente lo accompagnava cantando.
Spesso veniva abbellito con dei sempreverdi e talvolta veniva cosparso di grano o sidro prima di essere acceso. In Iugoslavia, dove il ceppo veniva tagliato subito prima dell'alba e portato in casa al crepuscolo, il legno veniva decorato con seta e oro e poi bagnato da libagioni di vino e cereali. Le famiglie della Provenza
uscivano tutte insieme per andare a prendere il ceppo, cantando benedizioni per le donne, i campi e gli animali. Al loro ceppo dello Jl, chiamato trfoire, veniva fatto fare per tre volte il giro della casa e veniva inaugurato cospargendolo di vino.
In tutte le regioni d'Europa il ceppo aveva assunto dei poteri magici. Veniva fatto bruciare per dodici ore o dodici giorni, affinch scaldasse le mani e i cuori e, quando il suo fuoco si estingueva, veniva messa via una scheggia del legno per accendere il ceppo dell'anno seguente.
Il ceppo acceso proteggeva la casa dagli incantesimi delle forze maligne; le ceneri venivano sparse sopra i campi per renderli pi fertili o gettate dentro i pozzi per purificare l'acqua oppure utilizzate in altri incantesimi per liberare il bestiame dai parassiti e i campi dalla tempesta. In Germania, i resti del ceppo avevano il potere di proteggere la casa dai fulmini.
In quel fuoco di Natale brillava la gioia per il ritorno della luce perch il ceppo aveva in s i fuochi della primavera. Era questo l'elemento comune a tutte le celebrazioni del solstizio, dai Saturnalia allo Jl, che, con il tempo, and enfatizzandosi.
La stessa gioia dei banchetti si poteva leggere nelle recite dei mimi a Natale, i quali, con le loro maschere da bestia e i loro abiti comici, rappresentavano i personaggi di macabri riti da tempo dimenticati e che ormai venivano ricordati con gaiezza. I nomi dei protagonisti cambiavano da villaggio a villaggio e da decade a decade.
Talvolta a introdurre lo spettacolo era Babbo Natale - che non distribuiva doni, ma impersonava l'anima dell'inverno e dirigeva le cerimonie. Talvolta l'eroe era San Giorgio, talvolta il re Guglielmo o il re Giorgio. Alcune compagnie includevano un drago oppure un cavallo, ma c'erano anche altri personaggi che potevano comparire, per esempio un bue, una capra, un cane o un cervo.
Poich tutti gli anni la morte del sole veniva superata, piano piano si cominci a diffondere l'idea di forze naturali sempre meno minacciose e sempre pi amiche dell'uomo. Non si temeva pi che il sole non tornasse a splendere e, abbandonati gli antichi timori, si cominciarono a raccontare e a diffondere anche nuove storie di magia e di incantesimi. Si trattava, per la prima volta, di una magia buona e di incantesimi che non portavano disgrazie, ma fortuna.
La gente cominci a guardare gli animali con affetto e benevolenza, in quanto anch'essi partecipavano alla magia del Natale. Tutti conoscevano il racconto della nativit e tutti sapevano che il tempo, in quel momento, aveva fermato il proprio corso. Si diceva che gli animali dei campi e dei boschi si fossero messi a parlare in latino, pronunciando parole affini, nel suono, ai loro versi naturali:
Christus natus est diceva il gallo.
Quando? chiedeva il corvo.
Hac nocte (questa notte) rispondeva la cornacchia.
Ubi? (dove?) interveniva il bue.
La pecora annunciava Betlemme e l'asino incitava tutti dicendo Eamus (andiamo).
La maggior parte degli animali aveva obbedito. La cicogna era accorsa, togliendosi le piume per rendere pi soffice il letto del piccolo, e per questo era divenuta la protettrice dei bambini.
Il pettirosso per tutta la notte aveva fatto aria al fuoco nella grotta per tenerlo vivo e il suo petto rosso bruciacchiato dalle fiamme era il segno della sua generosit. L'usignolo aveva fatto il nido vicino alla mangiatoia e, per la prima volta, aveva cantato, ispirato dai cori degli angeli, e il suo canto era rimasto ad allietare gli uomini come un'eco della gloria divina. Era apparso anche il gatto che per si era rifiutato di unirsi alle bestie inginocchiate e aveva solo mormorato qualche parola per riconoscere la grandezza dell'evento sacro; divertita da tanto spirito di indipendenza, Maria lo aveva benedetto dicendo che il gatto avrebbe sempre vissuto presso il focolare dell'uomo senza mai diventare suo servo. La civetta, invece, non si era svegliata per raggiungere gli altri e fu condannata per l'eternit a doversi nascondere di giorno e a trascorrere le notti in un triste lamento continuo chiedendo, inutilmente, di essere anch'ella portata dinnanzi al Bambino.
La gente diceva che ogni natale gli animali riacquistavano il potere di parlare. Chiunque si fosse avventurato nelle stalle avrebbe sentito i sospiri profondi delle mucche e, nell'ovile, i mormorii delle pecore, mentre negli alveari le api innalzare al cielo dei canti in cui annunciavano che le nubi di met inverno erano scomparse. La vigilia di natale, si diceva, gli alberi delle foreste, malgrado i loro rami fossero neri e spogli, si caricavano di fiori, frutti e foglie.
A natale, i pi fortunati potevano scorgere i semi di felce che, si pensava, fossero visibili solo ai solstizi. Gli uomini o le donne che riuscivano ad avere quei semi acquistavano immediatamente poteri invidiabili: potevano infatti vedere cose nascoste alla vista degli altri e potevano fare da soli il lavoro di trenta uomini. Per una notte, poi, il diavolo si rimetteva ai loro ordini e i semi li proteggevano dai suoi poteri. I semi di felce potevano rendere la gente invisibile e potevano rivelare il luogo dove era nascosto un tesoro. Quest'ultima propriet apparteneva anche al vischio, un'altra pianta dai poteri magici. Per la maggior parte degli inglesi cristiani, il vischio non era che una simpatica decorazione che dava loro la scusa per rubare dei baci, ma per i loro avi pagani si era trattato di una pianta sacra: quel grappolo di foglie scure e bacche verdognole che somigliava a un essere vivente, si nascondeva alto sui rami degli alberi e maturava i suoi frutti a met inverno, manifestando un orgoglioso disprezzo per la terra da cui tutte le altre piante dipendevano. Il luogo in cui nasceva, a met strada tra la terra e il cielo, lo rendeva simbolo del legame tra l'umanit, che viveva sulla terra, e il sole che, dall'alto del cielo, a quell'umanit dava la vita. Gli uomini e le donne che si baciavano sotto un ramo della pianta, secondo la tradizione, dimostravano il loro rispetto per i riti magici della fertilit praticati dai loro antenati. I religiosi sapevano di questo significato antico e per questo lo proibirono nelle chiese.
Di tutti gli alberi e le piante, forse il melo era per quello pi carico di significati magici, in quanto racchiudeva in s la potenza della natura. Era l'albero delle fate e del paradiso, un talismano per accedere all'aldil. I suoi frutti sopravvivevano a tutti gli altri fin nel cuore dell'inverno e il suo succo fermentava per
diventare un liquore che esaltava le menti. Sotto forma di cibo toglieva la fame, mentre, trasformato in bevanda, portava la gioia tra i commensali in un periodo in cui cibo e felicit erano beni assai rari. Aveva inoltre il potere di predire il suo stesso futuro: se a natale il sole brillava attraverso i rami spogli di un melo, l'anno seguente l'albero avrebbe dato tanti frutti.
I proprietari dei frutteti conoscevano bene i poteri dell'albero e a natale si assicuravano che venisse risvegliato dal suo sonno. In Austria le ragazze abbracciavano i tronchi o, con meno grazia, li colpivano incitandoli a svegliarsi. In Inghilterra, i contadini celebravano i brindisi nei frutteti e onoravano un albero con libagioni di sidro. L'albero che sceglievano per la cerimonia era il pi rispettato del frutteto, spesso il pi vecchio e di certo il pi prolifico. Era chiamato Apple Tree Man (Uomo melo) e da lui dipendeva il destino dell'intero meleto. Era noto che l'Apple Tree Man avesse una propria anima e che i suoi poteri superassero di gran lunga la semplice garanzia di un raccolto abbondante. La gente che coltivava questo frutto in Inghilterra poteva illustrare i suoi poteri con molte storie diverse.
Una di queste raccontava di un contadino che mor lasciando tutta la sua terra al figlio minore e niente a quello maggiore. Il figlio pi giovane era malvagio, egoista e avido tanto che, sebbene la tradizione lo obbligasse a dividere tutto equamente con il fratello, diede al maggiore solo un piccolo vaso con due alberi, un vecchio asino, un bue malato e una capanna in rovina per la quale esigeva anche un affitto salato. Il fratello maggiore era un buon uomo. Port gli animali nei prati perch si nutrissero, sistem per loro una stalla calda e piant con cura i due meli. Con il tempo sia gli alberi che gli animali cominciarono a diventare forti e vigorosi.
Una vigilia di natale arriv il fratello minore a riscuotere l'affitto e chiese anche di venire chiamato a mezzanotte, perch aveva sentito parlare di un tesoro nascosto in quelle terre e sperava che gli animali, che a natale acquisivano il dono della parola, potessero indicargli il luogo. Il fratello annu e si rimise al lavoro, diede da mangiare agli animali e fece le libagioni per il suo Apple Tree Man. Una volta che ebbe cosparso i rami del liquido fragrante ed ebbe cantato la canzone, dall'albero sent levarsi una voce che risuonava dell'eco di una risata antica: Scava qui gli disse l'albero di mele piegando i rami fino alla terra vicina alle sue radici. L'uomo scav dove gli era stato indicato e trov uno scrigno di legno colmo d'oro.
nascondilo.  tuo disse la voce dall'albero. Poi chiama tuo fratello nella stalla come lui ti ha ordinato.
Arriv il fratello pi giovane e, senza far rumore, accost l'orecchio alla porta della stalla, scoprendo cos che davvero gli animali a natale acquisivano il dono della parola.
Lo stupido avaro che ascolta dietro la porta pensa che io gli dir dove si trova il tesoro disse l'asino.
non trover mai quel tesoro rispose il bue con soddisfazione, noi sappiamo che  stato portato via tanto tempo fa, nel piccolo frutteto dove si trovava il fratello maggiore, l'Apple Tree Man ondeggi per le risate ma non disse una parola
di pi. Il fratello pi giovane fu costretto ad andarsene a mani vuote, mentre il maggiore fu destinato alla prosperit e alla ricchezza.
A Natale alcuni di questi alberi magici venivano portati dentro le case. Gli antichi romani adornavano le loro dimore con rami di abete per i Saturnalia e per le Calendae, le feste dell'anno nuovo che seguivano subito dopo; gli abeti rappresentavano gli spiriti della fertilit perch rimanevano carichi di foglie verdi e non morivano mai. Da tempi antichissimi, le popolazioni dell'Austria tagliavano rami di ciliegio, pero o biancospino che poi tenevano nell'acqua e facevano rifiorire per la nativit.
Sembra che proprio da queste tradizioni sia derivato l'albero di Natale decorato con le luci, i frutti, i dolci e i piccoli doni, ma nessuno sa dire con esattezza come e quando sia avvenuta la trasformazione. Nella leggenda cristiana, l'abete era l'albero della vita che cresceva nel giardino dell'Eden e quando Eva raccolse il frutto, le sue foglie e i suoi fiori si trasformarono in aghi. Solo la notte di Natale tornava a fiorire del suo antico splendore e i cristiani lo celebravano con le decorazioni che appendevano ai rami.
Alcuni attribuirono l'origine dell'albero di Natale a Wilfred di Credition, un missionario cristiano dell'ottavo secolo in cerca di anime pagane da redimere in Germania. Un giorno decise di abbattere una quercia, la pianta sacra di Odino che veniva usata per i sacrifici umani. L accanto nacque un abete e Wilfred dichiar che quella pianta senza macchia sarebbe stata l'emblema della nuova fede. Altri davano invece una versione diversa.
Dicevano che il grande riformatore
Martin Lutero una notte rimase cos incantato dalla luce delle stelle che alla vigilia di Natale decor un abete con tante candele per emulare la loro luce e lo regal ai suoi figli.
I primi alberi di Natale furono descritti da un francese, di cui si  perso il nome, cinquant'anni dopo la morte di Lutero. A Natale scrisse nei salotti di Strasburgo venivano sistemati degli abeti a cui erano appese rose di carta colorata, mele, biscotti, foglie d'oro e dolci. Nei secoli seguenti, l'abitudine si diffuse per tutto il continente: quasi ogni casa aveva un abete che sfidava gli alberi spogli di dicembre con le decorazioni di frutti e fiori e luci.
E i regali appesi all'albero che apparivano la vigilia di Natale o la mattina stessa? Probabilmente discendevano dalle strenae e dai sigillarla dei Saturnalia romani, ma erano anche molto di pi: erano simboli della fiducia nel ritorno del sole e della gioia delle celebrazioni. Improbabili donatori uscivano dai loro nascondigli per l'occasione. Troll, elfi e folletti potevano essere molto pericolosi, poich erano creature dell'aldil, ma nei loro modi capricciosi, potevano anche rivelarsi buoni e gentili.
In Sassonia, per esempio, in un bosco vicino a Kirscha si trovava un monumento che ricordava l'atto di generosit di un folletto.
Accadde in una fredda vigilia di Natale di tanto tempo fa. I venti dall'est avevano soffiato per giorni e pesanti nevicate avevano ricoperto strade e sentieri rendendo difficile il cammino ai cavalli e, a maggior ragione, agli esseri umani. Gli abeti del grande bosco svettavano cupi e minacciosi contro il cielo grigio con i rami appesantiti dal carico bianco.


I julnissen.
I portatori di doni della Norvegia e della Danimarca erano elfi della casa che, durante l'anno, vivevano nelle soffitte e nelle stalle. La notte di Natale uscivano fuori per nascondere i regali negli angoli pi impensati della casa.

La Befana.
In Italia, nel giorno dell'Epifania, una vecchia cavalcava una scopa nel cielo e portava doni ai bambini buoni e carbone a quelli cattivi.

Cbristhindl.
Cavalcando un piccolo cervo carico di doni e di dolci, un angelo visitava le famiglie tedesche ogni vigilia di Natale. La graziosa creatura era mandata direttamente dal cielo ed era perci chiamata il Cristo Bambino
.
Rolyado.
La vigilia di Natale, in Russia, una fanciulla-elfo vestita di bianco viaggiava su una slitta di casa in casa. I bambini le dedicavano i loro canti e lei ricambiava con le feste di Natale.

San Nicola.
Il pi amato e conosciuto degli spiriti del Natale  san Nicola. I passi del suo cavallo erano sentiti sui tetti delle case la vigilia del 6 dicembre. Scivolava gi per i camini e riempiva di doni le scarpe dei pi piccoli.

In mezzo al bosco camminava un uomo di mezza et che lavorava a giornata e stava cercando di recuperare il denaro che gli doveva una signora del villaggio.
Si chiamava Reini, ed era un uomo povero, padre di sei figli. Dopo dieci miglia di cammino arriv finalmente a destinazione, dove lo attendeva per una brutta sorpresa.
La donna gli rispose infatti, senza alcuna gentilezza, che il marito era fuori casa e che lei non poteva pagarlo. Reini sarebbe dovuto tornare dopo qualche giorno per avere il denaro che gli spettava. Senza protestare il buon uomo annu. La porta si richiuse alle sue spalle e lui riprese il difficile ritorno.
Dopo aver camminato per qualche miglio nel bosco deserto, vide una luce. Si avvicin e si accorse che segnava l'entrata di una grotta che, all'andata, non aveva notato. All'ingresso c'era una piccola figura, forse un nano, o un elfo. Reini fece allora per allontanarsi perch conosceva la malvagit degli elfi e non voleva certo andare incontro a una sfortuna ancora peggiore di quella che gi aveva avuto in quel viaggio.
La piccola creatura gli fece per un cenno e lo chiam con la sua voce tintinnante. Improvvisamente Reini si trov di fronte a una scena meravigliosa. I rami di pino che decoravano l'ingresso della grotta erano carichi di ogni tipo di prelibatezza e di frutti: dolci di miele e caramelle di zucchero, nocciole e mandorle, prugne di zucchero. L'elfo lo stava guardando e la faccia rugosa si era aperta in un ampio sorriso.
Capisco quando un uomo ha bisogno di una mano disse. Qui c' un sacco. Riempilo con le buone cose che piacciono ai tuoi piccoli. Quando Reini ebbe riempito il sacchetto, l'elfo rifiut i suoi ringraziamenti, dicendo che non gli era costato nulla. All'inizio il peso era sembrato piuttosto leggero all'uomo esausto. Man mano che affondava i piedi nella neve per, il sacco si faceva sempre pi pesante. L'uomo tenne duro, anche se il sacco aveva cominciato a segargli la spalla.
Alla fine raggiunse la sua capanna. Con le mani congelate, lasci cadere quel peso enorme per terra e i bambini gli corsero incontro esultando. Dalla bocca scura del sacco uscirono dolci e caramelle, frutta e noci e monete di oro sonante. Il vecchio mago aveva procurato alla famiglia il necessario per sopravvivere all'inverno.
Il buon elfo era soltanto uno dei tanti nella moltitudine dei donatori magici. Alcuni, come i julnissen e i jultomten della Scandinavia, erano antichi spiriti del focolare che vivevano negli angoli bui o nei sottoscala; la vigilia di Natale, mentre i padroni di casa dormivano, uscivano dai loro nascondigli per festeggiare con il cibo che i bambini della casa avevano lasciato loro e nascondevano i regali di Natale nei posti pi impensati. Altri erano discendenti di antiche divinit: la megera Befana, in Italia, portava un nome derivato dalla parola Epifania.
Era alla vigilia dell'Epifania che la Befana, come la dea del focolare Berchta, la sua antenata, distribuiva ninnoli ai bambini che erano stati buoni e carbone a quelli cattivi.
Di tutte le creature che si liberavano nella stagione fredda, la pi nota e la pi benevola era San Nicola, o Babbo Natale o Santa Claus (un'abbreviazione di Saint Nicholas, il nome di San Nicola in inglese), protettore di migliaia di bambini tra i quali anche quelli britannici e olandesi.

Mai nessuna creatura ha avuto un'identit cos complessa e ingarbugliata e origini avvolte in un mistero tanto fitto. Il meraviglioso dispensatore di doni doveva parte del suo carattere a Odino, che volava nei cieli invernali, capace di curare le malattie e predire il futuro. Parte della sua magia derivava anche da Melchiorre, il pi anziano dei tre Re Magi che seguirono la stella per portare i doni al Bambin Ges. Infine, a questi, si sovrapponeva la figura di San Nicola, un cristiano pio ed estremamente generoso.
San Nicola e gli alberi di Natale, i banchetti e la gioia. Furono questi gli elementi che finirono con il rappresentare quello che era diventato il Natale: il trionfo della luce sul buio, la promessa di ricchezze in una stagione di povert. Cos gioiose erano le celebrazioni, cos colme della vittoria umana, che l'inverno stesso sembrava indebolito: non pi un gigante temibile e crudele, ma una fanciulla indifesa, tremante nelle mani dell'umanit.
Questo era quello che suggeriva anche un racconto russo. La storia narra di un taglialegna e di sua moglie, soli e senza figli, che un giorno d'inverno, per divertirsi, fecero una snegurochka: una ragazza di neve. Erano cos contenti della loro creazione che la chiamarono Figlia e, proprio in quel momento, accadde l'incantesimo. Gli occhi scuri brillarono nel viso di neve pallida, e un colore rosato apparve sulle labbra gelide. La statua prese vita, vestita non di neve e di ghiaccio, ma di un abito e un mantello di velluto color avorio, ricoperto di perle e orlato di pelliccia. La ragazza porse la mano all'uomo e alla donna e sorrise.
Alcuni raccontarono che la ragazza di neve fu un miracolo mandato per far compagnia alla coppia durante la vecchiaia; altri dichiararono che si trattava di uno spirito antico, quello della figlia dell'inverno e della primavera venuto sulla terra. Qualunque fosse la sua natura, la fanciulla rimase con la coppia, pallida e dolce, obbediente e affettuosa come una vera figlia. Poi, mentre l'inverno svaniva e la gente cominciava a lasciare le proprie case, la ragazza di neve s'innamor di un giovane che viveva nel villaggio del taglialegna, rendendo cos il suo cuore all'umanit e acquisendo la mortalit, il destinoci tutti gli esseri umani.
La sua morte sopraggiunse senza clamori, un giorno, mentre passeggiava con il suo amato nel bosco di betulle. Gli alberi erano ancora spogli, ma il ghiaccio gi scivolava gi dai rami, brillando nel sole della primavera in arrivo. Il terreno era un mosaico di neve bianca e terra marrone. Germogli verdi spuntavano l dove la neve si era ritirata. Il giovane suonava il flauto mentre la ragazza di neve gli camminava a fianco, con il viso rivolto verso la luce del sole.
All'improvviso la fanciulla emise un lieve sospiro e cominci lentamente a svanire. Alla fine, di lei non rimase pi nulla, se non un velo di ghiaccio che si alzava verso il blu del cielo. La fragile creatura dell'inverno non era riuscita a sopravvivere alla brezza della primavera.
Era sempre stato cos e cos sarebbe stato per sempre, la gente ormai lo sapeva: l'inverno doveva arrendersi di fronte alla luce e alla vita.
Forti di questa verit, gli uomini e le donne di tutte le et, nel cuore dell'inverno, avevano imparato a ridere, gioire e cantare per onorare il Cristo Bambino e celebrare se stessi, testimoni certi di un'altra primavera.

Le Canzoni del Natale.
Per celebrare il Natale, sembrava che l'intero universo si mettesse a cantare. Nei cieli, le stelle e i pianeti facevano discendere melodie meravigliose che non potevano essere udite dalle orecchie umane. In terra, le chiese e le cattedrali alzavano al cielo i loro inni della nativit mentre i cori portavano la lieta novella. Nei campi ejfff nelle foreste gli uccelli partecipavano con le loro armonie vocali e, nelle strade dei villaggi e nei cortili dei castelli, nei saloni e nelle baracche, la gente rispondeva con il proprio canto. La gioia di chi cantava in terra rifletteva i movimenti dei corpi celesti: i primi canti erano accompagnati da una danza strutturata secondo un cerchio, dove una voce cantava le singole strofe e tutti in coro rispondevano con il ritornello. La gente cantava soprattutto di se stessa e talvolta i versi risuonavano dell'eco di antiche fedi da tempo dimenticate. I versi parlavano dei sempreverdi che proteggevano la casa e chi vi abitava dal lungo inverno, riportavano le parole dei brindisi - in inglese wassail, dall'anglosassone wes hai, o buona salute - che portavano fortuna a uomini e animali; dicevano che l'agrifoglio, la pianta degli uomini, cresceva sempre con l'appiccicosa edera, la pianta delle donne. Talvolta le canzoni riportavano la nativit a un ambiente familiare, raccontavano di come la natura si fosse inchinata davanti a Ges Bambino, di come gli uccelli e le bestie, ognuno a modo proprio, avessero portato dei doni al Salvatore e come i grandi santi potessero fare i miracoli durante l'inverno, quando il buio era onorato dal ritorno della luce.


Orniamo la sala con rami di agrifoglio.

Orniamo la sala con rami di agrifoglio, Tra la la la la la, la la la la.  la stagione della gioia e del risveglio, Tra la la la la la, la la la la. Tiriamo fuori i nostri abiti sgargianti, Tra la la la la la, la la la la. Per innalzare dello Jl i meravigliosi canti.
Tra la la la la la, la la la la.

Guardiamo il fuoco dello Jl davanti a noi,
Tra la la la la la, la la la la. Suoniamo l'arpa, intoniamo i canti e poi,
Tra la la la la la, la la la la, Balliamo e cantiamo in coro Tra la la la la la, la la la la. Mentre scopriamo dello Jl il tesoro. Tra la la la la la, la la la la.
Dell'anno vecchio in fretta sono passati i lazzi,
Tra la la la la la, la la la la. Salutiamo il nuovo, forza ragazze
e ragazzi, Tra la la la la la, la la la la. Cantiamo insieme con gioia
i nostri cori Tra la la la la la, la la la la. Senza curarci del vento l fuori. Tra la la la la la, la la la la.


Il brindisi di Glouccster
Brindiamo, brindiamo per tutta la citt! Il nostro pane  bianco e la birra scura
gioia ci dar, le nostre ciotole sono di bianco acero
come le vediamo, e con i boccali di birra noi a te brindiamo.
Ed ecco Cherry e la guancia destra Preghiamo Dio perch dia al padrone
carne per la minestra, E una buona carne che noi tutti vedere possiamo E con i boccali di birra a te brindiamo.
Ed ecco Dobbin e l'occhio destro piccino Preghiamo Dio perch dia al padrone di che fare
un buon budino E un buon budino che noi tutti vedere possiamo e con i boccali di birra a te brindiamo.

Ed ecco Maria con il corno in mano Preghiamo Dio perch mandi al padrone
del buon grano E del buon grano che noi tutti vedere possiamo E con i boccali di birra a te brindiamo.
Ed ecco Fillpail con l'orecchio sinistro buono Preghiamo Dio perch mandi al padrone
un felice anno nuovo Un felice anno nuovo come mai noi visti ne abbiamo E con i boccali di birra a te brindiamo.
Ed ecco Colly e la lunga coda bruna
Preghiamo Dio che le mandi fortuna
E che mai le manchi una ciotola di birra e cibo buono
Avvicinati, e sentirai del brindisi il suono.

Vieni, servitore, e riempi un boccale
della birra migliore E ti augureremo un riposo sereno e ristoratore Ma se ce ne porti troppo poca o di cattiva Speriamo che presto una malattia t'arriva.
E la ragazza con il camice bianco e bello Che  corsa alla porta e ha aperto il chiavistello Che  corsa alla porta  ha aperto il portone Per lasciare i gioiosi che brindavano entrar nell'androne.


Biancospino ed edera.

No, edera, no non devi cercare il comando
Ma lasciarlo al biancospino, perch cos va il mondo

Biancospino  nella sala, bello a vedersi
L'edera si congela e senza porta non pu reggersi
No, edera, no non devi cercare il comando
Ma lasciarlo al biancospino, perch cos va il mondo

Biancospino e i suoi uomini felici danzano e cantano
Mentre Edera e le ragazze spazzano e lavano
No, edera, no non devi cercare il comando
Ma lasciarlo al biancospino, perch cos va il mondo

Edera ha per il freddo le mani screpolate
E cos sia per tutte quelle che come l'edera si sono
aggrappate No, edera, no non devi cercare il comando Ma lasciarlo al biancospino, perch cos va il mondo

Biancospino ha bacche rosse come delle rose E il cacciatore che passa guarda senza toccare
quelle cose No, edera, no non devi cercare il comando Ma lasciarlo al biancospino, perch cos va il mondo

Edera ha le bacche che come susine sono
di colore viola E la civetta le mangia mentre vola No, edera, no non devi cercare il comando Ma lasciarlo al biancospino, perch cos va il mondo

Biancospino accoglie il nido di tanti uccellini
I pettirossi, gli usignoli, i cardellini
No, edera, no non devi cercare il comando
Ma lasciarlo al biancospino, perch cos va il mondo

Buona edera, che uccelli hai tu?
Solo la civetta che fa uh, uh.
No, edera, no non devi cercare il comando
Ma lasciarlo al biancospino, perch cos va il mondo.


Stefan era uno stalliere.
Stefan era uno stalliere
Questa notte noi lo ringraziamo con i nostri balli
D l'acqua ai cinque suoi cavalli
Per seguire delle stelle i cristalli
Nella notte buia, fredda e tormentosa
Le stelle brillano e mandano una luce radiosa.
Due dei cavalli di Stefan erano rossi Correvano veloci come dal vento mossi Perch sapevano che dovevano seguire Di quelle stelle splendenti il divenire. Due erano bianchi e anch'essi preparati A correre per quei cieli stellati.
Dei cinque cavalli uno era color dell'argento Portava Stefan attraverso il vento Stefan, che proprio quello grigio cavalcava Con maestria attraverso i cieli lo guidava Stefan sul cavallo grigio in cielo correva Mentre il freddo, il buio lo avvolgeva
Stefan andava e andava lontano Verso Betlemme dove le stelle
pi forte brillavano E con i suoi cinque cavalli in quella notte Trov il Bambin Ges che giaceva in una
delle grotte Nato dalla Vergine Maria adorata Che lo accarezzava nella culla incantata
Poi lo lasci cavalcando il nostro prode E arriv fino ad Erode
Per annunciare al re che un bambino era nato Che sarebbe stato re di tutte le genti del creato. Erode fu colto allora dall'ira e inveiva Che Stefan in realt gli mentiva

Se questo gallo arrosto tre volte canter,
allora alla tua storia Erode creder.
Stefan disse: Gallo alzati e canta,
canta per mostrare la verit che tutto ammanta.
E quel gallo arrosto si alz
e come i galli all'alba cant!
Brindiamo a Stefan con questa birra. Brindiamo a Stefan per questo Jl Per la gioia e l'amore di tutti gli uomini Per il gallo che si alz e cant E per i cinque cavalli che la stella seguiron con il buon Santo Stefan.


Vidi tre navi in mare.
Vidi tre navi in mare
Il giorno di Natale, il giorno di Natale
Vidi tre navi in mare
Il giorno di natale, il giorno di Natale
E cosa c'era sulle tre navi,
Il giorno di Natale, il giorno di Natale?
E cosa c'era sulle tre navi
Il giorno di Natale, il giorno di Natale?
Il nostro Cristo Salvatore e sua madre il giorno di Natale, il giorno di Natale Il nostro Cristo Salvatore e sua madre Il giorno di Natale, il giorno di Natale
Dove erano dirette le tre navi
Il giorno di Natale, il giorno di Natale?
Dove erano dirette le tre navi
Il giorno di Natale, il giorno di Natale?

Oh, erano dirette a Betlemme
Il giorno di Natale, il giorno di Natale
Oh, erano dirette a Betlemme
Il giorno di Natale, il giorno di Natale
E le campane in terra suoneranno a festa Il giorno di Natale, il giorno di Natale E le campane in terra suoneranno a festa Il giorno di Natale, il giorno di Natale

E gli angeli in paradiso canteranno la gloria Il giorno di Natale, il giorno di Datale E gli angeli in paradiso canteranno la gloria Il giorno di Natale, il giorno di Natale
E tutte le anime sulla terra alzeranno canti Il giorno di Natale, il giorno di Natale E tutte le anime sulla terra alzeranno canti Il giorno di Natale, il giorno di Natale

Gioiamo allora tutti insieme
Il giorno di Natale, il giorno di Natale
Gioiamo allora tutti insieme
Il giorno di Natale, il giorno di Natale.

La cicogna.
La cicogna si alz la vigilia di Natale E disse ai suoi piccoli

Ora a Betlemme devo volare Perch  nato il Figlio di Dio.
Diede a ognuno un po di cibo, li ripar dal freddo e veloce lasci il nido per raggiungere Betlemme.
E ora, come trovare di Davide il discendente? Chiese in una casa e in una locanda ???  qui, le risposero duramente,  nella mangiatoia di una stalla.
Trov nella mangiatoia il suo Signore
Con la pi santa delle donne viveva
e la cicogna pianse nel vedere
su quale ruvida superficie il bambin giaceva.
Allora dal suo petto affannato strapp Le piume bianche e soffici e calde E sotto il bambino appena nato le sistem Per proteggerlo dal freddo
Sia benedetta la buona cicogna
Per sempre, disse Lui,
perch ha visto le mie povere condizioni
e ha mostrato piet.

Che sia sempre la benvenuta Nelle case e nei villaggi E l'uccello benedetto sia chiamata E sia l'amica di tutti i bambini.


Gli animali amici.

Ges, fratello buono e gentile, nacque in un umile e povero ovile. Attorno a lui gli animali amici a gioire Ges, fratello buono e gentile,
Io disse l'asino scuro e arruffato,
io la madre per monti e valli ho portato
a Betlemme sana e salva sul mio dorso
scalcagnato, Io disse l'asino scuro e arruffato,
Io disse la mucca, bianca e amaranto, Io gli ho dato la mangiatoia e non soltanto,
ma anche il mio fieno ed  per me
un vanto Io disse la mucca, tutta bianca
e amaranto.
Io disse la pecora dalle corna arricciate, Io gli dato la mia lana perch
le sue membra fossero riscaldate, indossava il mio vello la mattina di Natale
sulle colline ghiacciate Io disse la pecora dalle corna arricciate.

Io disse la colomba dalla trave lass. Io l'ho cullato perch non piangesse
facendo tu tu e insieme al mio compagno ho tubato
per rassicurare il bimbo laggi Io disse la colomba dalla trave lass.
E cos ogni bestia.per un incantesimo piccino
Era felice di raccontare il suo dono
Piccolino A Ges Bambino A Ges Bambino.


Canzone degli uccelli.
Dall'albero un cuculo vol, cucu,
alla mangiatoia con un grido di gioia arriv cucu,
saltell, fece una piroetta e vol in tondo e alto si alz il suo canto di gioia al mondo cucu

Un piccione in Galilea and, ruh ruh
tir in fuori il petto e pieno di gioia cant, ruh ruh
e mostr spiegando le sue preziose ali
la sua gioia per chi diede a Cristo il Signore
i natali
ruh, ruh, ruh
Una colomba su Nazareth si pos, tu tu tu
e teneramente con tutto il fiato cant tu tu tu
O a te - disse - cos buono e vero io dono la mia bellezza in modo sincero tu, tu, tu.


Il buon re Venceslao.
Il re Venceslao buono e gentile A Santo Stefano guard di l dal vetro Mentre la neve come un manto sottile Tutto copriva davanti e dietro. Splendeva alta la luna quella notte Anche se il freddo era amaro come il fiele,
Quando vide un poveruomo fuori
a mezzanotte Che raccoglieva legna per l'inverno
crudele.
Vieni qui e dimmi, o paggio
Chi  quello uomo la fuori da solo?
Dove sta andando e a cosa porta
il suo viaggio? Signore, egli non  altri che un boscaiolo, Vive non lontano ma in un luogo deserto Sotto la montagna, lontano dal paese Proprio vicino alla siepe nel punto
pi erto
Accanto alla fontana di Sant'Agnese

Portami della carne, e anche del vino, io e te a casa sua ci recheremo, Portami anche dei ceppi di pino; E tutti insieme un banchetto faremo E cos il paggio e il signore di casa
uscirono, E attraverso le gelide folate di vento Per qualche miglio camminarono Senza una parola, senza neanche
un lamento.
Signore, la notte si  fatta pi scura, E il vento si  fatto pi forte; Tremo e il mio cuore ha paura Temo di incontrare presto la morte Segui i miei passi, mio buon paggio! Nelle mie orme devi camminare Non fermarti, fatti coraggio! E il tuo sangue smetter di gelare
Seguendo del padrone le orme, Che incessanti solcavan la neve Si ristor con quel calore enorme Che il santo lasciava sul manto lieve. Perci, stai tranquillo, tu che
sei cristiano Per quanto ricco tu sia, Colui che al povero d una mano Trover la salvezza nel messia.


I dodici giorni di Natale.
Il primogiorno di Natale Il mio amore mi fece avere Una pernice sull'albero di pere.
Il secondo giorno di Natale Il mio amore mi fece avere Due tortore,
E una pernice sull'albero di pere.

Il terzo giorno di Natale Il mio amore mi fece avere Tre galline francesi, Due tortore
E una pernice sull'albero di pere.
Il quarto giorno di Natale Il mio amore mi fece avere Quattro uccellini cinguettanti, Tre galline francesi, Due tortore
E una pernice sull'albero di pere.
Il quinto giorno di Natale il mio amore mi fece avere Cinque anelli d'oro. Quattro uccellini cinguettanti. Tre galline francesi, Due tortore
E una pernice sull'albero di pere.
Il sesto giorno di Natale Il mio amore mi fece avere Sei oche svolazzanti, Cinque anelli d'oro, Quattro uccellini cinguettanti, Tre galline francesi, Due tortore
E una pernice sull'albero di pere.
Il settimo giorno di Natale il mio amore mi fece avere Sette cigni galleggianti, Sei oche svolazzanti, Cinque anelli d'oro, Quattro uccellini cinguettanti, Tre galline francesi, Due tortore
E una pernice sull'albero di pere.
L'ottavo giorno di Natale Il mio amore mi fece avere Otto cameriere. Sette cigni galleggianti, Sei oche svolazzanti, Cinque anelli d'oro,
Quattro uccellini cinguettanti, Tre galline francesi, Due tortore
E una pernice sull'albero di pere.
Il nono giorno di Natale Il mio amore mi fece avere Nove ballerine, Otto cameriere, Sette cigni galleggianti, Sei oche starnazzanti, Cinque anelli d'oro, Quattro uccellini, Tre galline francesi, Due tortore
E una pernice sull'albero di pere.
Il decimo giorno di Natale
Il mio amore mi fece avere
Dieci acrobati,
Nove ballerini,
Otto cameriere,
Sette cigni galleggianti,
Sei oche starnazzanti,
Cinque anelli d'oro,
Quattro uccellini cinguettanti,
Tre galline francesi,
Due tortore
E una pernice sull'albero di pere.
L'undicesimo giorno di Natale Il mio amore mi fece avere, Undici suonatori di flauto, Dieci uomini che saltellavano, Nove donne che danzavano, Otto cameriere, Sette cigni galleggianti Sei oche.
Cinque anelli d'oro, Quattro uccellini, Tre galline francesi, Due tortore
E una pernice sull'albero di pere.
Il dodicesimo giorno di Natale Il mio amore mi fece avere Dodici suonatori di tamburo, Undici suonatori di flauto. Dieci acrobati, Nove ballerine. Otto cameriere, Sette cigni galleggianti. Sei oche starnazzanti, Cinque anelli d'oro, Quattro uccellini cinguettanti, Tre galline francesi, Due tortore
E una pernice sull'albero di pere.


Capitolo Quattro.

IL TRIONFO DELLA LUCE.

Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volont. Cos cantavano i cori degli angeli nel cielo stellato di mezzanotte sopra Betlemme, portando la notizia del Re neonato ai pastori nei campi. Quando le armonie celestiali sfumarono, quando la grande stella si alz e rimase sospesa come un'enorme lampada nei cieli, straordinariamente bella, magicamente vicina, gli uomini furono liberati dall'incantesimo del tempo che si era fermato. Si alzarono lentamente, raccolsero i loro bastoni e, senza una parola, si misero in cammino sui sentieri rocciosi che portavano alle colline di Betlemme.
Tutt'intorno, il mondo si stava svegliando. Generazioni di credenti avrebbero raccontato della fragranza che si sentiva nell'aria: i giardini di Engedi, sulle spiagge del mar Morto, fiorirono improvvisamente al momento della nativit, avvolgendo Betlemme con il loro profumo. La piccola rosa di Gerico, nata da un'impronta di Maria, apr i suoi petali ai piedi dei pastori. Da quel momento avrebbe per sempre continuato a fiorire.
Ai lati della strada, sui cespugli di rosmarino sbocciavano fiori blu, e non bianchi, come era accaduto fino ad allora. Erano stati sfiorati dal mantello blu della Vergine e per questo avevano mutato colore.
I cristiani diedero una forma amorevole e armoniosa alla nativit raccontando di come la natura e l'umanit si fosse inchinata davanti a Ges Bambino al momento della sua nascita. In realt, se prendiamo come esempio la storia dei saggi che vennero a portare omaggio, l'evangelista Matteo scrisse solo che viaggiarono da oriente fino a Gerusalemme guidati dalla stella e che chiesero al re Erode dove potessero trovare il Bambino, ed Erode li mand a Betlemme, incaricandoli di riportargli notizie dell'Infante. Erode non aveva alcuna intenzione di veder crescere un bambino chiamato Re dei Giudei.
I saggi proseguirono il loro viaggio, seguendo la stella, fino a quando non raggiunsero la meta, dove furono invasi da una gioia immensa. Si inginocchiarono e adorarono Ges e gli portarono oro, incenso e mirra in dono. Poi, scrisse Matteo, avvertiti in sogno da Dio di non ritornare da Erode, ripartirono per il loro paese scegliendo un'altra strada.
Era una storia molto semplice quella raccontata da Matteo. I cristiani delle epoche pi tarde la arricchirono con elementi misteriosi. Si diceva che la stella apparsa alla nascita di Ges fosse riconosciuta sin da sopra una montagna in India come il segnale a lungo cercato.
Era una stella diversa da tutte le altre, che vagava libera nel cielo senza seguire una traiettoria fissa nel firmamento; alcuni dicevano che vi si poteva vedere risplendere l'immagine della Vergine che teneva in braccio un Bambino incoronato.
La montagna indiana fu chiamata da alcuni Fons da altri Victorialis. La leggenda diceva che era la montagna pi alta dell'India, ma che in cima era piatta e ampia, cosparsa di alberi, laghi, sorgenti e grotte. Coloro che osservavano il cielo da quel punto privilegiato vivevano in una sorta di paradiso terrestre.
Si discuteva soprattutto su chi fossero gli osservatori. Alcuni sostenevano che fossero discendenti di Balaam, un antico profeta, un peccatore descritto nel libro dell'Esodo dell'Antico Testamento.
Balaam, ai tempi delle peregrinazioni del popolo di Israele, aveva predetto l'apparizione di una stella la cui incredibile bellezza avrebbe annunciato la rinascita del mondo.
Altri racconti dicono che i saggi venivano dalla famiglia di Sem, Cam e Iafet, i figli di no. Oppure che erano i dodici maggiori astronomi della Persia e della Caldea, mandati dai potenti di quegli imperi. La maggior parte delle versioni, tuttavia, li volevano re che avevano viaggiato fino alla montagna dietro il consiglio di un indovino e l avevano atteso l'arrivo della stella, dividendosi per coprire meglio tutto l'altopiano. Il pi anziano fra loro era Melchiorre, re di Arabia, che aveva sessant'anni. Il pi giovane era Qasparre, aveva vent'anni e governava Tharsis. Baldassare, re di Sheba, aveva quarant'anni.
I re partirono senza attendere altro, erano pronti da tempo a quel momento. Avvolti in sete e oro, seguiti dagli schiavi che portavano cibo e doni, si misero in viaggio verso Betlemme. Attraversarono deserti solitari e montagne ventose, sempre guidati dalla splendida stella, fino a quando non raggiunsero Gerusalemme, dove si fermarono a parlare con Erode prima di proseguire il loro viaggio.
La stella scomparve, ma i tre re continuarono il loro cammino verso ovest e salirono le colline attorno a Betlemme. L si fermarono a un pozzo. Sulla superficie dell'acqua splendevano le loro stesse immagini e sullo sfondo era riflessa l'immagine del cielo stellato. E l, chiara e luminosa, brillava la stella. Erano arrivati al posto che stavano cercando.
nel cuore della grotta, sotto la montagna, la mangiatoia riluceva e la sua luce avvolgeva anche Maria e Giuseppe. La rozza culla era foderata di erbe e fiori. C'era anche del fieno sacro, o lupinella, che da solo si era sistemato in modo da formare una corona intorno alla testa del Bambino. Circondavano la mangiatoia gli animali della fattoria e dei campi: un bue, un asino, una pecora e un cane.
Gente umile affollava l'entrata con i propri doni. Un pastore teneva un agnello, un altro una coppia di colombe, un altro ancora appoggiava il suo piffero accanto al Fanciullo, offrendogli cos la musica dei pascoli.
Ai bordi della grotta, avrebbero poi raccontato i bambini, una ragazza di nome Madelon, rannicchiata, piangeva. Era venuta ad adorare il Bambino, ma non aveva doni da portargli. Una luce illumin allora la sua piccola figura, come se una stella fosse caduta ai suoi piedi. Accanto a Madelon comparve un angelo che colp il terreno con il suo bastone e fece improvvisamente sbocciare dei fiori dai petali bianchi e un cuore d'oro.
La ragazza li raccolse ed entr nella grotta. Il suo regalo per il Salvatore erano le rose di natale.
Attraverso la folla si fecero strada i tre re. Erano pagani venuti a portare gli onori del mondo al Re dei Giudei. Rigidi nelle loro sete e nei loro ori, camminarono in mezzo all'altra gente e, come i pastori e i contadini, si inginocchiarono di fronte alla mangiatoia. Le loro offerte significavano gioia e dolore insieme. L'anziano Melchiorre port trenta monete d'oro e una mela d'oro, tesori che incoronavano il piccolo re. Il dono di Baldassare era l'incenso, un simbolo della divinit. Quello di Gasparre era invece l'amara mirra, l'unguento utilizzato per imbalsamare i corpi, un segno della morte prematura del Bambino e della fredda tomba che lo avrebbe accolto per un breve periodo. Poi i tre re partirono, per riportare la testimonianza di ci a cui avevano assistito nei loro paesi e furono accompagnati dal suono dei flauti dei pastori e dai bambini che li seguirono fino a che non raggiunsero i sentieri del deserto che li allontanava da Israele. Tutti e tre vissero fino a diventare molto vecchi; prima della morte di ognuno di loro la stella che li aveva guidati a Betlemme torn a splendere per un breve momento. Pi tardi, i loro resti furono portati a Costantinopoli, poi, per mare, a Milano e, dopo molti anni ancora, alla cattedrale di Colonia, dove ancora si trovano dietro l'altare, racchiusi in urne d'oro.
Col passare del tempo, il racconto del viaggio dei tre re fu ulteriormente imbellito e venne esteso il cammino del loro percorso. La gente pi semplice raccontava che erano passati attraverso l'Italia e avevano chiesto indicazioni alla Befana, che non aveva trovato il tempo di prestare loro attenzione. Come punizione per questo comportamento sgarbato, la vecchia fu destinata a vagare ogni Natale successivo in cerca dell'espressione del volto di Ges nei visi di tutti i bambini.
Si diceva anche che ogni anno i tre re tornassero in vita per l'Epifania e vagassero per tutta la Spagna in cerca della paglia e delle scarpe dei bambini che venivano messe sui davanzali delle finestre e sui balconi. I cavalli si nutrivano della paglia e i re, in segno di riconoscenza, riempivano le scarpe di doni. Non che i bambini italiani e spagnoli credessero che la Spagna e l'Italia si trovassero tra l'India e Betlemme, ma, semplicemente, con il tempo, tutto quello che riguardava la Nativit fu associato alle azioni quotidiane della vita di tutti. Le donne e gli uomini facevano rientrare i personaggi della storia nelle scene che conoscevano meglio, unendo, quasi senza accorgersene, i racconti della cristianit con la propria esperienza e con i racconti che si rifacevano ad antichi credi. E cos, nelle Ebridi, alla Nativit si dava un'ambientazione familiare in cui gli abitanti delle isole partecipavano attivamente.
Secondo la loro versione, Maria era stata vista tra le rocce della costa, mentre lavorava ai ferri i vestiti del Bambino Ges con la lana delle pecore del luogo. Sull'isola di Eriskay si diceva che fossero state le donne del luogo a darle la lana. Pi tardi, quando furono loro ad avere bisogno, Maria, non avendo abbastanza lana da restituire loro, si tagli un lungo ricciolo dei suoi capelli dal lato sinistro
della testa per offrirlo in dono, un ricciolo che si rivel il pi delicato e morbido dei filati. Da allora, in memoria di quel gesto, le donne dell'isola portarono i capelli pi folti sul lato destro che su quello sinistro.
I personaggi della Nativit si fecero sempre pi realistici e calati nel quotidiano della gente. In Polonia, alle tavole apparecchiate per i banchetti di Natale, veniva preparato un posto anche per Ges Bambino e vi veniva sistemato un cuscino di fieno per dargli un giaciglio. I regali dei bambini tedeschi venivano portati dallo stesso Ges Bambino o anche da un angelo che lo rappresentava.
Per portare il glorioso momento nelle case e nei cuori di tutti, la gente preparava delle rappresentazioni di Natale che dovevano recare la luce durante la stagione invernale. Questi presepi - fatti da mani esperte con gesso, legno, raso, seta, colori e oro - ritraevano gli aspetti pi quotidiani della vita della gente insieme alla scena della Nativit. I presepi di Napoli, per esempio, erano tra le pi meravigliose riproduzioni del mondo in miniatura. Maria, Giuseppe e Ges erano al centro della scena. Sopra di loro volavano angeli e cherubini, i loro abiti sgargianti congelati nelle pieghe della scultura. I tre re stavano su un lato, circondati dai loro servitori, adorni di turbanti di seta incastonati d'oro e pietre preziose. E poi, affollati attorno a questi personaggi, c'erano i napoletani, che ridevano o cantavano o pregavano. Anch'essi portavano doni al bambino. Le signore pi ricche si riconoscevano dagli abiti di damasco, ma c'erano anche le donne in grembiule e scialle che filavano la lana, e poi il macellaio con le bistecche di manzo e le lepri appese ai ganci; i ragazzi con i pantaloni corti e i corpetti ricamati offrivano i frutti della campagna: carciofi e cavoli, rape, melanzane e meloni.
Talvolta la scena di Betlemme era riprodotta anche nelle rappresentazioni viventi. Nelle chiese e nelle cattedrali di tutta Europa, dopo che si erano concluse le solennit della Messa di Natale, i bambini si vestivano da pastori mentre la Madonna, insieme ai Re Magi, camminava in processione verso l'altare, accompagnata dagli asini e dagli agnelli. Davanti al presbiterio, gli attori si disponevano in una gioiosa riproduzione della nascita del Salvatore. Il mito cristiano era il cuore raggiante della stagione natalizia. Tuttavia le tradizioni che circondavano il giorno sacro erano quelle dei tempi passati. E cos il cattivo Odino, mescolato con il generoso San Nicola e forse con la figura regale di Melchiorre, sopravvisse nel simpatico e rubicondo Babbo Natale. E qualcosa dell'antico Albero del Mondo degli scandinavi - rimase nell'albero di Natale. E i vecchi sacrifici pagani furono piegati e adattati dai costumi in nuove scene.
C'era spazio per tutto questo nel nuovo ordine, spazio per gli antichi dei e le loro cerimonie, spazio per gli antichi fantasmi della morte e della notte, spazio per il signore del ghiaccio e della neve. Questi ricordi venivano mescolati agli avvenimenti della vita comune dalla gente e venivano vissuti senza pi timore. Nel Bambino nato a Betlemme la gente aveva visto la promessa della primavera nel cuore dell'inverno, il dono divino di una fiamma che avrebbe scacciato l'oscurit.
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FINE.
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Ringraziamenti
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Gli autori desiderano ringraziare le seguenti persone e istituzioni per la loro collaborazione alla stesura di questo volume: Franois Avril, direttore, Dpartement des Manuscripts, Bibliothque nationale, Parigi; Lydia Bayer, Spielzeugmuseum der Stadt Nrnberd, Norimberga; Clark Evans, Rare Book and Special Collections Division, Library of Congress, Washington D.C.; Marielise Qpel,
Archiv fr Kunst und Qeshichte, Berlino; Richard Gordon, British School di Roma; Bo Grandien, Docent i Konst Historia, Uppsala University, Uppsala, Svezia; Dieter Henning, Direttore, Brder-Grimm Museum, Kassel, Germania; Heidi Klein, Bilarchiv Preussischer Kullturbesitz, Berlino; Gabrielle Kohler-Gallei, Archiv fr Kunst und Geschichte, Berlino; Ursula Lange-Lieberknecht, Brder-Grimm-Museum, Kassel, Germania;
Hartwig Lohse, Direttore, Universittsbibliothek, Bonn; Justin Schiller, Mew York; Robert Schiller, Rare Book and Special Collections Division, Library of Congress, Washington D.C; Conte Andrzej von Staufer, Cardiff, Galles; Rdiger Vossen, Museum fr Volkskunde, Amburgo; Ingeborg Weber-Kellermann, Marburgo, Germania; Leonie von Wilkins, Germanisches nationalmuseum, Norimberga.
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FINE.